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1970: Enzo Biagi è il nuovo direttore del quotidiano di Bologna il Resto del Carlino. Uomo-ponte fra moderati e progressisti? Il suo credo è semplice: alla libertà politica deve accompagnarsi la giustizia sociale, l’informazione è un servizio pubblico come i trasporti e l’acquedotto, bisogna raccontare i fatti, tutti i fatti

Giornalista, saggista, conduttore televisivo, Enzo Biagi ha raccontato la storia d’Italia per oltre mezzo secolo. Ha lavorato per la Rai, per i maggiori quotidiani e settimanali italiani. Nel 1970-71 è stato direttore del Resto del Carlino, un incarico ricoperto per poco che però lo ha reso “testimone del tempo” e innovatore con la sua “formula” da rotocalco. Di questo breve ma significativo periodo ne dà testimonianza il collega Claudio Santini, storico giornalista del Carlino, specialista in cronaca giudiziaria e osservatore attento di gran parte delle più clamorose vicende processuali dal ’68 al ’90. Santini ha compiuto un’intensa attività di cronaca e analisi del terrorismo in Italia, è stato presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna dal 1995 al 2004 e nell’esecutivo del Consiglio nazionale dell’Odg dal 2004 al 2007. Esperto di deontologia dei giornalisti, ora è presidente del Consiglio di disciplina territoriale dell’Emilia-Romagna e direttore della formazione per la Fondazione dell’Odg regionale.

Dodici mesi e nove giorni (dal 21 giugno 1970 al 30 giugno 1971): tanto è durata la direzione di Enzo Biagi al Resto del Carlino. Un arco di tempo molto limitato – rispetto ai vent’anni del primo e mitico Amilcare Zamorani e ai tredici del professore Giovanni Spadolini – tuttavia sufficiente per caratterizzare non solo la storia del più diffuso quotidiano emiliano-romagnolo ma della stessa città di Bologna. Un’avventura giornalistica per alcuni aspetti ancora in parte oscura e anche per questo meritevole di un dovuto approfondimento.
È il 1970 l’anno delle sempre più forti proteste Usa per la guerra in Vietnam, dell’ascesa di Gheddafi in Libia, della vittoria elettorale di Allende in Cile. L’Italia esce dallo stordimento che ha caratterizzato l’anno appena trascorso con l’autunno caldo e la strage di Piazza Fontana. Il gran parlare nazionale è comunque per la vittoria 4 a 3 di Italia – Germania Ovest nella semifinale dei Mondiali calcistici in Messico.
Il governo nazionale è di centro sinistra (Dc, Psi, Psdi, Pri), il partito sul quale molti puntano gli occhi è quello socialista che ha appena visto il cambio della segreteria da Francesco De Martino a Giacomo Mancini. Il Paese respira l’aria di quell’evoluzione sociale che in dodici mesi porta allo Statuto dei Lavoratori, all’attuazione dell’ordinamento regionale, alla legge sul divorzio.
È un clima che non può lasciare indifferente nemmeno un attento uomo d’affari come Attilio Monti, che nel 1965 ha acquisito la proprietà de il Resto del Carlino attraverso il controllo economico dell’Eridania Zuccheri. Da un anno ha trasferito il quotidiano dalla sede storica di via Gramsci a quella avveniristica di via Mattei. Ne vuole sfruttare a pieno la potenzialità anche tipografica, in un clima politico bolognese che vede la lista Due Torri superare il 40 per cento nelle elezioni sia comunali che regionali. Guido Fanti passa alla guida della Regione Emilia-Romagna, Renato Zangheri è il nuovo sindaco.
Il Carlino è all’ottantacinquesimo anno di vita ed è diretto da Domenico Bartoli, erudito e democratico ma, forse, non in piena sintonia con il socialismo di Mancini (non del tutto estraneo, dicono, agli “interessi” di Monti). Meglio dunque dirottarlo alla Nazione di Firenze per lasciare spazio, a Bologna, a un popolar-socialista che è identificato con Enzo Biagi.
Biagi è nato professionalmente al Carlino “conservatore” ed è cresciuto nell’area politica di quel centro-sinistra che, sorto negli anni ‘60 con Moro e Nenni, sembra radicarsi, dopo un decennio, con Rumor e Mancini. Dunque, può essere il ponte fra moderati e progressisti.
Bartoli, nell’ultimo fondo scritto per salutare i lettori bolognesi, mette in guardia dai pericoli delle “guardie rosse” della contestazione. Biagi, nell’esordio in prima pagina, annota che “alla libertà politica deve accompagnarsi la giustizia sociale”.
Il “progressismo” del nuovo direttore non è comunque di stampo ideologico ma di applicazione pratica nell’ambito del giornalismo. Il quotidiano (inteso come giornale ndr), scrive, è “un servizio pubblico: come i trasporti e l’acquedotto. Dunque, non manderemo nelle vostre case acqua inquinata. Racconteremo i fatti, tutti i fatti”.
È la pratica e non la teoria del giornalismo “aperto”, che trova riscontro nella linea grafica agile di Pirro Cuniberti e nella collaborazione di giornalisti come Dario Zanelli, nominato vicedirettore. Il nuovo capocronista è Aldo Ferrari, un “socialista” che, in momenti redazionali meno aperti, era stato “difeso” dal collega Dino Biondi con la qualifica di “umanitario”.
Il parco firme si amplia e potenzia. Gli interventi sono spesso “da settimanale”. Arrivano gli inserti tv, la pagina dell’agricoltura e l’oroscopo. Il successo culturale è con le dispense sulla Storia d’Italia. Biagi continua ad avere vetrina anche in tv andando in onda dall’Antoniano. Porta la tiratura oltre le 200mila copie con prospettiva 300mila.
Tutto bene, dunque, editorialmente parlando. Allora, come si spiega la sua “defenestrazione” se non con un non ancora del tutto chiarito “problema politico”? Nessuna certezza, solo ipotesi raccolte, a suo tempo, da chi è stato testimone diretto dei tempi e dei fatti.
Ecco, la prima supposizione è fondata sull’incomprensione (fino al dissidio) con l’esponente socialdemocratico bolognese Luigi Preti, da tempo abituato alla costante presenza sulle pagine del Carlino di una serie di servizi che iniziano prevalentemente con “parlando ieri nel Ferrarese…”. Biagi li snobba, Preti non gradisce e Monti non può essere insensibile ai rammarichi di colui che è anche Ministro delle Finanze.
La seconda congettura chiama in causa il presunto “scandalo” di tradizionalisti cattolici per alcuni interventi sul Carlino del collaboratore, presbitero francescano, Nazareno Fabbretti. Terza supposizione: i servizi ironici di Maurizio Chierici sulle manifestazioni di Adamo degli Occhi per la “maggioranza silenziosa”.
Infine, una “leggenda metropolitana” mai confermata ma neppure smentita: Monti va in America e incontra Girolamo Modesti che lavora a Washington (invece che a New York come gli altri colleghi) e per questo è abituato a “fare il giro” anche degli uffici più o meno legati alla Cia. Il corrispondente dagli Usa rende così Monti partecipe della ipotesi di un possibile prossimo cambiamento della politica italiana con l’avvento di una destra militare: “sarà una nuova Grecia”.
Meglio, dunque, (soprattutto per un editore attento ai propri interessi) anticipare il cambiamento di rotta social-socialista almeno con l’allontanamento di alcuni collaboratori “sinistrorsi”. Biagi resiste e si rende conto che (come scriverà nell’articolo di addio) la sua “valutazione di cose, di uomini e di situazioni” non coincide più con quella dell’Editore, che chiama a sostituirlo proprio Girolamo Modesti.
Alcuni redattori se ne vanno invocando la clausola del cambiamento della linea politica mentre il Carlino sbeffeggia Zangheri chiamandolo “Tangheri” (con falso errore di stampa). Il nuovo direttore inizia il duello dialettico con Fortebraccio corsivista dell’Unità.
Manifesti in città sostengono che “Bologna non merita un giornale fascista”. Biagi lascia Bologna per Milano.
Claudio Santini
(19 novembre 2017)
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