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Aziende in affanno chiedono materiale da pubblicare a colleghi sempre più ricattabili perché i posti di lavoro sono pochi e i giornalisti troppi. Del lavoro autonomo si parla in termini molto generici. Bisogna governare il cambiamento e far osservare la Carta di Firenze

Guido Besana è giornalista professionista e lavora a Mediaset, ma da molto tempo intreccia l’attività giornalistica con un impegno intenso negli organismi di categoria. Da 15 anni fa parte della Giunta Esecutiva della Fnsi con incarichi nel Dipartimento Sindacale di cui attualmente è coordinatore. In questa conversazione affronta questioni nevralgiche della professione, senza dimenticare criticità e urgenze del cosiddetto lavoro autonomo. La sua analisi è a tutto campo ma con modestia Besana precisa: «il mio punto di osservazione è abbastanza particolare. Ho presieduto per 12 anni la Commissione contributi e vigilanza dell’Inpgi e lì ho visto uno spaccato della categoria che è difficile poter osservare freddamente da altre angolazioni. Per questo ringrazio il lavoro fenomenale che sta facendo Lsdi (Libertà di Stampa Diritto all’Informazione) con il Rapporto sulla professione di Pino Rea, che sfrutta quella visuale. Ho fatto il manovale delle vertenze per 15 anni, sono andato a fare trattative per redazioni di 2 persone o di 500, ho parlato con colleghi di tutta Italia, di tutte le condizioni. Ho visto molto e ho capito che la verità in tasca non ce l’ho».

La verità in tasca probabilmente non ce l’ha nessuno, soprattutto in un periodo come questo pieno di complessità, contraddizioni, grandi trasformazioni. Una questione cruciale è il “lavoro autonomo”, che nel corso del tempo ha acquisito una valenza diversa.
«Purtroppo sì. Sempre più spesso si parla di lavoro autonomo in termini molto generici. Il vero lavoro autonomo non dovrebbe costituire un problema di natura sindacale, economica o sociale come invece lo costituisce quello che oggi viene variamente definito come “lavoro autonomo”, “lavoro non dipendente”, “lavoro diversamente contrattualizzato” o in altri modi. Se non torniamo alla radice della terminologia non riusciremo mai a venirne fuori. Nel senso che siamo una categoria un po’ particolare: abbiamo una suddivisione originaria fra professionisti e pubblicisti, che aveva un senso e adesso non ce l’ha più di tanto, ma continua a essere determinante. Oggi abbiamo un Ordine con circa 120mila iscritti di cui il 70 per cento pubblicisti e forse un 10 per cento fra Elenco Speciale e Elenco Stranieri. E però questo numero non è quello coinvolto nel lavoro giornalistico del paese. Una cifra che possiamo individuare guardando i dati dell’Inpgi, dai quali emerge che il 60 per cento circa degli attivi sono lavoratori autonomi perché hanno una posizione all’Inpgi2. Però, tolti quelli che hanno anche una posizione all’Inpgi1, tolti i pensionati, tolti quelli che non hanno reddito da lavoro giornalistico, rimangono circa 20mila colleghi in attività “non dipendenti”. E quasi altrettanti che sono iscritti alla Gestione separata dell’Inpgi ma non hanno reddito. È vero che 20mila giornalisti sono una dimensione enorme, ma bisogna anche capire chi sono. Buona parte, soprattutto quelli a redditi più bassi, rientrano nel pubblicismo classico, cioè hanno un altro lavoro e versano i contributi all’Inpgi2 su un’attività collaterale. Però è altrettanto vero che ci sono migliaia di colleghi “lavoratori autonomi” a reddito basso che vengono utilizzati in maniera scorretta. E allora qui entriamo in un altro territorio: quello che un tempo si definiva degli “abusivi”, cioè di quei colleghi che risultano Cococo o partite Iva ma in realtà fanno “lavoro subordinato”. E sono tanti nelle redazioni. Tolte queste due fette, quelli che restano fuori sono i lavoratori autonomi che campano di giornalismo e hanno una serie di problemi».

Ma campano di giornalismo?
«Il reddito è un problema serio e ampio che non riguarda solo i lavoratori autonomi, perché anche nella fascia più tutelata dei subordinati ci sono sacche di precariato: colleghi sottopagati che vivono di pochi, brevi contratti a termine e colleghi inquadrati come articoli 2 e 12 che hanno redditi molto bassi e spesso si pongono il problema di potere o non potere rimanere iscritti all’Elenco dei professionisti per l’esclusività professionale. Magari hanno l’articolo 12 per una piccola parte ma per campare in realtà devono ricorrere ad altre attività. Molti rimangono pubblicisti proprio per questa ragione. È una situazione che deriva da due sostanziali fenomeni di trasformazione: uno tecnologico, l’altro legislativo. La legislazione in materia di lavoro in questi anni si è evoluta a una velocità impressionante partorendo a ritmo incessante e continuo nuove forme di rapporto di lavoro assolutamente fantasiose, a partire dai Cococo di Treu per arrivare ai job sharing, ai lavori a chiamata e tante altre cose. La fantasia delle aziende non ha limite ma è anche diventato molto più facile sbattere in pagina qualcosa che arriva da fuori, perché ormai tutto è in formato digitale. È una situazione innestata in una crisi economica che a partire da circa dieci anni fa ha massacrato il settore riducendo al 35-40 per cento le copie vendute dei quotidiani, facendo crollare il mercato pubblicitario che aveva portato alla grande espansione dell’informazione, determinando chiusure di testate, perdita di posti di lavoro, riduzione degli organici. Quindi, organici sempre più ridotti in aziende sempre più in affanno, che richiedono materiale da pubblicare a giornalisti sempre più ricattabili perché i posti di lavoro sono pochi e loro sono molti».

Ritieni che i nostri organismi di categoria avrebbero potuto incidere più efficacemente sulla situazione per tutelare i giornalisti?
«Sicuramente i nostri enti di categoria hanno fatto degli sbagli, sono stati troppo litigiosi. Abbiamo avuto e tuttora abbiamo dei rappresentanti che a volte sono facili a personalizzare le questioni e, come tutto il resto del paese e del mondo, abbiamo anche noi un problema di demagogia. Detto questo, l’errore grosso che imputo a me stesso come rappresentante sindacale è stato accettare una sorta di ricatto sulla questione dell’equo compenso. Attenzione, parlo della delibera della Commissione governativa sull’equo compenso. Perché in quella sede avremmo dovuto sostenere che il compenso può essere considerato equo se, come dice la legge, è paragonabile e fa riferimento al compenso dei dipendenti. E l’unico modo in cui lo può fare è a giornate di lavoro, non a cottimo, come poi ha convenuto anche il Tar del Lazio. Un compenso rispetta il principio dell’articolo 36 della Costituzione se, ricevendolo per le giornate di lavoro fatte, si ha un reddito dignitoso per quelle giornate. È chiaro, se scrivo un solo articolo in un anno non posso pensare che mi venga pagato con una somma che mi permette di vivere per tutto l’anno, però se vivo di quel lavoro le mie giornate lavorative devono essere pagate in modo tale che il mio reddito sia dignitoso. Dopodiché, troppo spesso dimentichiamo che abbiamo un istituto di previdenza che avrebbe potuto spingere per andare oltre (sulle indicazioni del ministro Damiano, quando si fece l’accordo nel 2009 per innalzare la contribuzione all’Inpgi2 dei parasubordinati) e pretendere che si salisse fino alla contribuzione dei dipendenti, invece si è fermato, con lungimiranza, perché l’andamento dei redditi dei parasubordinati non avrebbe permesso di arrivare a certi carichi. Abbiamo una Casagit che ha accettato di estendere le sue prestazioni, nate per i contrattualizzati, anche ai non contrattualizzati che volessero accedervi modulando diversi profili, quindi offrendo qualcosa che potesse stare sul mercato anche con aree a basso reddito. E abbiamo un sindacato che, a differenza di tutti gli altri sindacati italiani, ha da tempo intrapreso la strada di inserire nei contratti di lavoro (che sono contratti dei lavoratori subordinati) delle parti che riguardano i lavoratori autonomi. In nessun’altro contratto di categoria ci sono delle previsioni per gli autonomi. Sono poche, deboli, embrionali, ma ci sono. E non è stato facile costringere gli editori ad accettare che il contratto dei dipendenti normasse anche in parte il rapporto con una categoria giornalistica che loro collocano tra i fornitori. Abbiamo un Fondo di previdenza complementare che sta cercando di aprirsi ai lavoratori autonomi. Però tutte queste cose hanno un senso, una rilevanza straordinaria, se parliamo di “vero lavoro autonomo”, che permette di vivere e quindi di costruirsi anche una pensione, un assistenza avendo un reddito dignitoso. Non ce ne rendiamo conto perché nel grande calderone abbiamo anche migliaia di persone che hanno un reddito bassissimo e che probabilmente vivono di un altro lavoro oppure grazie a una rete di welfare sociale, famigliare: molti sono tornati a casa, altri si sono trovati dei lavoretti in nero e cose del genere. Allora, se mettiamo dentro tutti e consideriamo quei 40mila iscritti solo all’Inpgi2 come il lavoro autonomo, evidentemente queste cose annegano perché non sono coerenti col quadro».

Il cosiddetto “lavoro autonomo” è un problema nevralgico. I colleghi che rientrano tra gli autonomi hanno età diverse, ci sono i giovani, i giovanissimi ma anche persone …
«Espulse dal ciclo produttivo».

Sì, espulse dal cambiamento del mercato del lavoro, almeno dalla metà degli anni ’90 in avanti. Una frattura irreversibile che ha costretto tanti giornalisti a lavorare come autonomi perché si è chiusa la “via” per diventare dipendenti. Fino a quel momento era normale che i colleghi passassero anni da abusivi nelle redazioni, poi scattava il contratto di praticantato, davano l’esame di Stato e perlopiù venivano assunti dallo stesso editore. Anche se non si sarebbe dovuto fare, era un percorso che portava a una professionalizzazione. Essere abusivi oggi è un’altra cosa.
«È assolutamente vero. Anch’io ho fatto più o meno sette anni da abusivo prima di essere regolarizzato. La differenza di fondo è che quando io ero abusivo guadagnavo decentemente, anche più che decentemente».

Insomma, oggi il grande insieme del “lavoro autonomo” ha dentro situazioni di ogni tipo. Come si può arginare una situazione così slabbrata e negativa, non solo per la dignità personale e professionale dei giornalisti, ma anche per l’informazione? Cosa dovrebbero fare gli organismi di categoria?
«Varrebbe la pena di cominciare il ragionamento dall’Ordine dei giornalisti. Credo che la riforma offra all’Ordine l’occasione di fare una vera revisione dell’Albo. Chi non ha attività giornalistica dovrebbe essere cancellato, lo dice la legge. E, se ci sono 50-60mila iscritti all’Ordine che non hanno mai versato un centesimo di contributi da lavoro giornalistico, plausibilmente non hanno mai realizzato quella continuità di attività professionale che è il prerequisito per rimanere iscritti. Può sembrare una posizione un po’ rigida, ma, se consideriamo le leggi di mercato, avere un’offerta così superiore alla domanda ci mette in una situazione di debolezza complessiva. La seconda cosa che si deve fare è governare il cambiamento. Se mai avremo una classe imprenditoriale in Italia che prenderà una strada di modernizzazione per il settore, questo farà emergere corposamente nuovi profili professionali e lavorativi, che dovranno essere messi in capo a personale giornalistico. Detta in un altro modo: se il giornalista non è in grado di fare il fashion blogger o il social media manager o una delle altre nuove professioni emergenti, il fashion blogger non giornalista porterà via il lavoro al giornalista. Attraverso il rinnovo del contratto nazionale stiamo cercando di recuperare delle mansioni che altrimenti rischiamo di vedere in capo ad altri. La nostra chance è trasformare questa categoria in qualcosa di nuovo o di parzialmente diverso. Il terzo fronte è riprendere in mano le normative come la Legge 150, che è rimasta lettera morta e invece andrebbe estesa anche al settore privato. Tra l’altro il settore privato è quello che più facilmente riconosce le professionalità giornalistiche per i ruoli di uffici stampa o nelle comunicazioni. Le aziende private, contrariamente alle pubbliche amministrazioni, se devono fare comunicazione cercano giornalisti, la fanno fare a professionisti dell’informazione. Tanto è vero che è il settore in cui più rapidamente crescono le iscrizioni all’Inpgi. E poi bisogna lavorare sull’emersione in tutti i suoi significati. Oggi, nella maggior parte delle redazioni ci sono ammortizzatori sociali, contratti di solidarietà, cassa integrazione a rotazione. Bisogna riportare tutti a tempo pieno e regolarizzare gli abusivi».

È una mole di lavoro importante ma necessaria perché ormai molti giornalisti sono snervati, lavorano in condizioni sempre peggiori. C’è disillusione, mortificazione e poca voglia di lottare, anche se la forza dovrebbe venire dalla categoria stessa. È confortante sapere che al Corriere del Veneto i fissi di redazione cercano di sostenere i colleghi collaboratori. Lì è venuta fuori la definizione di “redattore aggiunto”, in altre situazioni si è parlato di “collaboratore strategico”. Sono definizioni ma anche segnali di coesione della categoria.
«Non è divertente dover affrontare questa situazione perché ti sparano addosso. Però su questo tuo discorso lasciami dire due cose. La prima è che i concetti di “collaboratore strategico” e di “redattore aggiunto” nella loro accezione più ampia, quando ci troviamo a negoziare con le aziende sono sul tavolo, stanno entrando nella cultura del sindacato molto più di quanto non si pensi. La seconda è che bisognerebbe cercare di essere conseguenti e quindi se c’è uno che lavora gratis dovremmo avere tutti l’onestà intellettuale e la coerenza di denunciarlo per violazione della Carta di Firenze. Concretamente, non mi sembra che questo accada. Invece, è un approccio che dovremmo avere tutti, perché ci sono aziende che tagliano i compensi ai collaboratori, ma bisogna capire cosa significa “collaboratore”. È vero che ci sono quelli che fanno 15 pezzi all’anno e vengono messi in pagina solo per riempire, che ci sono collaboratori altamente inutili e strapagati, ma è altrettanto vero che diversi colleghi fanno l’ossatura di un giornale. Quindi, è necessario distinguere e denunciare le situazioni irregolari».

Cosa puoi dire della Commissione nazionale lavoro autonomo, l’organismo nato all’interno della Fnsi che si occupa di questioni specifiche del “lavoro non dipendente”?
«A mio modo di vedere, la Commissione nazionale lavoro autonomo ha prodotto dei documenti importanti e una maggiore consapevolezza all’interno della categoria. In particolare ha fatto tre cose. Ha redatto un documento dove precisa quali debbano essere le caratteristiche della retribuzione del lavoro autonomo per soddisfare la Legge sull’equo compenso, con il quale io mi ritrovo pienamente perché ragiona in termini di giornata di lavoro. Ha elaborato una serie di ragionamenti interessanti su quale possa essere il rapporto con gli enti dello Stato, in particolare rispetto alla liquidazione dei compensi (strada che può portare lontano) e riflettuto sul rapporto con gli altri organismi di categoria anche alla luce di una loro evoluzione normativa. Ha ottenuto, secondo me, un grande risultato politico perché all’ultimo Congresso della Federazione Nazionale della Stampa è riuscita (o meglio sono riusciti i colleghi, perché in quel momento non esisteva la Commissione, esistevano i delegati che venivano da quella esperienza) a far convergere tutte le posizioni espresse in mille rivoli e a far confluire tutti i documenti che stavano arrivando al Congresso in un documento unitario su tutte le questioni del lavoro autonomo, che è stato approvato dal Congresso all’unanimità tranne un voto. Ho visto diversi Congressi della Federazione e ti posso assicurare che un’occasione del genere è stata veramente un unicum. È stata un’iniezione di partecipazione importante e credo abbia contribuito a modificare un po’ la mentalità di molti nostri colleghi all’interno del sindacato».

Di recente si è aperto un dialogo fra i vertici dell’Inpgi e la Commissione nazionale lavoro autonomo della Fnsi. Ritieni sia un segnale importante?
«Credo che l’importante sia avere un Inpgi autonomo, indipendente e stabile dal punto di vista economico. Quindi, mi auguro che la riforma da poco approvata possa essere la premessa perché l’Inpgi stia sulle sue gambe e non debba finire sotto il controllo dello Stato. Perché in questo modo potrà fare alcune operazioni che in questa fase difficilissima ha dovuto mettere da parte. Credo che riprendere il discorso sull’ipotesi di intervento a favore dei lavoratori autonomi per quanto riguarda i costi dell’assistenza sanitaria, ragionare sulla destinazione delle risorse della Gestione separata a favore di un welfare per il lavoro autonomo siano interventi che torneranno presto di attualità e mi auguro che si potranno fare. Dobbiamo superare lo scoglio della riforma che deve entrare pienamente in vigore, dobbiamo arrivare a una comunicazione chiara su tutti i risvolti per i dipendenti, dobbiamo uscire dall’incertezza per quanto riguarda la riforma delle Legge 416 sugli ammortizzatori sociali e i pre-pensionamenti, poi si potrà ricominciare a ragionare sulle prospettive e su politiche inclusive anche per quanto riguarda l’Inpgi».

Franca Silvestri

ph Paola Bensi

(10 aprile 2017)
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