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Bologna è un laboratorio interculturale a cielo aperto. È necessaria un’intesa fra le diverse religioni e con i laici per rendere il pianeta più vivibile. Una mano sola non può applaudire: la pace si fa insieme come la guerra. L’etica non è un principio religioso, riguarda tutti, anche i non credenti

Yassine Lafram è il coordinatore della Comunità Islamica di Bologna. È nato a Casablanca in Marocco nel 1985, ma è cittadino italiano a tutti gli effetti. In Italia è arrivato nel 1989 per ricongiungimento familiare. È cresciuto e ha studiato a Torino fino alle scuole superiori, poi nel 2005 si è trasferito a Bologna per frequentare l’Università dove si è laureato in Lettere e Filosofia. È sposato, ha tre figli, si sente bolognese ed è orgoglioso di vivere in questa città.

Ormai sono diversi anni che vive qui. Ricorda il primo impatto con Bologna?
«Sinceramente, quando sono arrivato ho avuto modo di apprezzare subito la città, perché è accogliente e storicamente abituata a ricevere persone che arrivano da ogni dove, soprattutto per motivi di studio ma anche di lavoro. Sono venuto a Bologna come studente fuori sede e da allora non ho più lasciato questa città, di cui mi sono assolutamente innamorato. È un luogo ideale per studiare ma anche per vivere, lavorare, avere una famiglia. Mi trovo a mio agio qui perché si respira un’aria particolare. Quando si parla di convivenza, di mutuo rispetto, di solidarietà, Bologna spicca e direi anche tanto: è un laboratorio interculturale a cielo aperto».

Dal 2005 a oggi, ritiene che la città sia cambiata?
«La vita è fatta di alti e bassi. Sicuramente qualche complessità c’è stata. Comunque, penso che le questioni negative e le difficoltà siano veramente limitate rispetto a quello che questa città effettivamente dà ai suoi abitanti. Non mancano momenti di conflittualità, situazioni di disagio, scontri a volte anche accesi, ma questo non toglie a Bologna il suo essere accogliente e solidale».

Come sono i rapporti della città con la Comunità Islamica locale?
«La Comunità Islamica di Bologna si è costituita come associazione tre anni fa e rappresenta il coordinamento delle realtà associative islamiche presenti a Bologna ovvero delle sale di preghiera cittadine. Il coordinamento è nato per dare un volto all’Islam bolognese e per creare un’interfaccia che potesse far dialogare la Comunità Islamica con la città nel suo insieme: istituzioni, associazioni della società civile, cittadini. È importante far incontrare le persone, farle conoscere, discutere, confrontarsi, a volte magari anche scontrarsi su certi temi. Con la città c’è un rapporto ormai consolidato, che esisteva ancora prima della nascita di questo coordinamento di cittadini di fede islamica che di fatto vivono la realtà bolognese e si sentono parte integrante della città. La Comunità Islamica di Bologna come associazione ha voluto coltivare le esperienze passate e farle confluire in un unico grande contenitore per poter migliorare questo rapporto».

Quanto è grande la Comunità Islamica bolognese?
«Si stima che i musulmani che vivono in città siano circa 25mila, mentre l’intera Città metropolitana dovrebbe comprendere oltre 40mila cittadini di fede islamica. Sono stime basate sul numero dei residenti iscritti all’anagrafe provenienti da paesi a maggioranza islamica. Comunque, si tratta di una cifra consistente».

Come coordinatore che compiti svolge?
«Cerco di far dialogare internamente la Comunità attraverso le sale di preghiera. Lavoro insieme ai responsabili delle 14 sale di preghiera presenti in città per rafforzare maggiormente l’unità all’interno della Comunità stessa. Organizziamo incontri, confronti, riunioni per coinvolgere giovani, donne, uomini, anziani, bambini: ci sono attività un po’ per tutti. Inoltre, facciamo un lavoro di apertura verso la città cercando di mostrare sempre più la realtà della Comunità Islamica bolognese rispetto alla città nel suo insieme».

Queste occasioni di aggregazione favoriscono l’avvicinamento di persone che non sono nate in seno alla religione islamica? Ci sono delle conversioni?
«Sì ci sono. Sono soprattutto donne e giovani quelli che a un certo punto della loro vita, facendo una ricerca spirituale profonda, si ritrovano nella fede islamica. È difficile riportare cifre precise. Su tutto il territorio nazionale, le stime più timide parlano di 70mila, ma si arriva a riferire di oltre 100mila italiani autoctoni convertiti alla religione islamica. Anche a Bologna e nella Città metropolitana ce ne sono. Sono veramente tanti i cittadini bolognesi che hanno abbracciato la fede islamica. Nell’Islam non abbiamo un concetto equivalente alla evangelizzazione. Non c’è l’islamizzazione, ma la nostra tradizione religiosa ci chiede di fare la daʿwa (l’invito) ovvero di esporre la nostra fede senza chiedere all’altro di abbracciarla. Come musulmano, Dio mi chiede di raccontare in che cosa credo, cos’è la mia fede, quali sono le sue prescrizioni, a cosa l’Islam esorta le persone. Mi devo limitare a fare questo. Non devo obbligare nessuno a convertirsi, ad abbracciare questa fede, né fare un lavoro di stalking nei confronti di persone che magari simpatizzano per l’Islam e i musulmani. Assolutamente no. Noi musulmani esponiamo la nostra fede, se una persona la vuole abbracciare, bene, se non la vuole abbracciare, bene comunque. Non ci viene richiesto il risultato».

In occasione del G7 Ambiente di Bologna del giugno scorso, si è svolto un Tavolo interreligioso che ha siglato una “Carta dei valori e delle azioni” (consegnata ai ministri del G7) dove si afferma che il pianeta può essere un terreno comune per instaurare o allargare il dialogo interreligioso e interculturale. Qual è il suo punto di vista?
«La tutela dell’ambiente è un tema che trova concordia fra religioni, filosofie, correnti e ideologie nel mondo. Salvaguardare l’ambiente penso sia uno di quegli slogan che tutti quanti adottano, al di là delle intenzioni di ciascuno. Le religioni monoteistiche, compresa quella islamica, parlano tantissimo di ambiente. Come sappiamo, le religioni nascono per la tutela dell’essere umano, che è il centro del creato, però, se l’uomo non trova più un ambiente adatto per la sua sopravvivenza, sicuramente perirà. C’è una coalizione, un’interdipendenza tra uomo e ambiente. Lo vediamo esposto anche in diversi passaggi della tradizione islamica, dove c’è un’idea di vita che tutela questo ecosistema, che fa sì che l’essere umano possa vivere, produrre, popolare il pianeta. Sicuramente c’è bisogno di creare un’intesa maggiore tra le religioni, ma anche insieme ai laici, ai non credenti. Bisogna trovare una sorta di accordo che possa rendere questo pianeta sempre più vivibile. Anche a causa del processo di “civilizzazione”, dello sviluppo tecnologico (che ben venga) purtroppo si assiste a una sorta di “stupro” nei confronti del pianeta terra, soprattutto in alcune zone vitali come le grandi foreste che sono i polmoni di questo mondo».

È un degrado ampio: il decadimento dell’ambiente porta con sé povertà, migrazioni…
«… ingiustizia, privazioni, sfruttamento. Basti pensare a quello che succede in alcune parti del mondo. Noi uomini di fede non ci dobbiamo dimenticare che l’uomo è vicario di Dio sulla terra: la nostra “casa comune”. Quando parliamo di Dio, non stiamo parlando del Dio dei musulmani. Dio è il Dio di tutti. Poi ognuno lo concepisce a suo modo, ognuno segue un certo libro sacro. Ma quando parliamo di Dio parliamo di questa casa comune. E dobbiamo capire che il “vicario” ha una responsabilità nella salvaguardia del pianeta. Quindi, in quanto vicari di Dio sulla terra, abbiamo il dovere di proteggere, salvaguardare, custodire il creato».

Poi c’è la questione di un’etica comune. Per il rabbino Sermoneta “l’etica, il dialogo interreligioso e interculturale sono possibili, però serve una base condivisa di civiltà”. Cosa ne pensa?
«Penso che una mano sola non applaude, non può applaudire. La pace la si fa insieme come la guerra. Non si può immaginare una parte del pianeta che si impegna per salvaguardare la terra, mentre la maggior parte della gente si sente esente da questa responsabilità. Abbiamo bisogno di richiamare tutti quanti al proprio dovere. Vi è una corresponsabilità condivisa. L’etica non è solo un principio religioso. L’etica va al di là dei concetti religiosi e quindi riguarda anche coloro che non seguono nessuna fede, nessuna corrente religiosa. E questa etica è quella piattaforma sulla quale possiamo costruire un’intesa che faccia sì che questa casa comune possa davvero continuare a svolgere la sua funzione di accoglienza nei confronti del genere umano. Attenzione: la terra e l’uomo sono un po’ come l’anima e il corpo. Quando il corpo dell’essere umano non è più adatto a custodire l’anima (lo spirito), quando è talmente deteriorato, lacerato, a un certo punto espelle l’anima o forse è meglio dire che l’anima abbandona il corpo, perché non è più meritevole di accogliere l’anima. E così la terra e l’uomo. Se l’uomo continuerà a infliggere del male a questo pianeta, agli organi del pianeta, sicuramente a un certo punto la terra espellerà il genere umano. Penso che sia nostra responsabilità non fare accadere questo. Ma non possiamo pretendere di salvare la terra da soli, abbiamo bisogno di tutti quanti. E penso che le religioni giochino un ruolo fondamentale nel richiamare tutti alla propria responsabilità».

Oggi viviamo in un’epoca in cui la comunicazione è velocissima. Comunicazione non dovrebbe essere sinonimo di informazione. Rispetto alla responsabilità e all’etica, l’informazione che ruolo gioca? La comunicazione sfrenata, crossmediale che si sta imponendo può soppiantare l’informazione come l’abbiamo considerata fino a non molti anni fa?
«L’informazione è cambiata, ha subito delle trasformazioni radicali, perché sono mutati gli strumenti attraverso i quali viene veicolata. Purtroppo oggi si va molto su ciò che è notizia commerciale, che vende, piuttosto che sulla sostanza, il ruolo e la responsabilità che ha l’informazione nei riguardi dell’ambiente dove viene svolta. Penso che rispetto alle religioni ci sia un’informazione sempre più di parte. Le religioni vengono viste come una forma di arretratezza: si guarda al religioso come a una persona un po’ ottusa, medievale. Questo penso faccia male all’informazione. Perché sappiamo bene che le religioni giocano un ruolo fondamentale oggi. Nel mondo ci sono milioni e milioni di aderenti alle diverse religioni che vorrebbero vedere più rispetto per sé e per la propria fede. Questa tendenza dell’informazione è data anche da un certo nichilismo sempre più strisciante nelle nostre civiltà. Comunque, penso che nulla sia perso: se si vuole raddrizzare il tiro lo si può fare. Certo, alcune piattaforme di informazione non godono più di molta autonomia, che invece dovrebbe essere uno dei punti cardine di un’informazione corretta e affidabile. Non bisogna confondere l’informazione che passa attraverso i social con l’informazione giornalistica “ordinaria”, che deve continuare a svolgere la propria funzione. Sicuramente ci si deve adattare ai nuovi mezzi, strumenti e tempi di comunicazione. In passato la notizia veniva elaborata per alcuni giorni prima di essere pubblicata, oggi la viviamo in diretta, viviamo tutto in diretta: l’analisi, le conclusioni. Però, penso che un giornalista non dovrebbe quasi mai tirare le conclusioni, ma dare la possibilità a chi legge, a chi ascolta di trarre le proprie conclusioni da una certa informazione, che non deve essere di parte, ma indipendente, seria, oggettiva. Perché l’informazione va a influenzare anche la costruzione dell’identità delle persone, che è costituita da ciò che le circonda, dall’ambiente, da quello che apprendono. Penso che il giornalista, soprattutto in questi tempi di bufale e fake news, abbia una grande responsabilità. Non deve farsi trascinare da questa idea di informazione immediata, a tutti i costi, non deve pubblicare solo per pubblicare, ma informare, dare strumenti alle persone per comprendere il mondo circostante».

Come concludiamo questa articolata chiacchierata?
«Chiuderei citando alcuni passaggi della tradizione islamica rispetto al discorso dell’ambiente. In un hadith (discorso) il Profeta dice: “qualsiasi musulmano che coltivi una pianta o un campo e da essi un uccello, un essere umano, un animale mangi qualcosa, ecco questo diventa un atto di carità”. Questa idea di coltivare, piantare senza la ragione essenziale dell’autosostentamento, ma per dare la possibilità ad altri (persone, uccelli, animali) di cibarsi e nutrirsi, è un atto di carità. Addirittura durante le guerre – quando era consuetudine che coloro che stavano perdendo bruciassero tutto perché i vincitori non potessero godere di quello che rimaneva – il Profeta proibiva ai musulmani di tagliare alberi, incendiare campi, inquinare pozzi d’acqua per salvaguardare la “casa comune”. Nella tradizione islamica chi taglia un albero o uccide un animale senza un giusto motivo viene minacciato con un castigo nel Giorno del Giudizio. Non solo: il Profeta dice: “se dovesse arrivare il Giorno del Giudizio e avete il seme di una pianta in mano ebbene piantate quel seme”. I nostri sapienti ci fanno capire quanto è importante il pianeta terra. C’è questa idea del coltivare, del piantare, della tutela di animali, piante, acqua, mare, nuvole, di tutto l’ambiente: Noi cerchiamo di insegnare questo ai nostri figli, ai bambini, ai ragazzi».

Franca Silvestri

(13 novembre 2017)
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