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Freelance: ci vuole un fisico bestiale?! È anche una questione di “etica”

L’articolo di Elisabetta Ambrosi sul blog de Il Fatto Quotidiano, pubblicato lo scorso 30 giugno, dal titolo Il giornalismo free lance è morto di fame, mi dà l’estro per alcune riflessioni su come viene percepito il mondo dei freelance e/o liberi professionisti nel giornalismo. Quelli che parte dei colleghi “Senior” ama ancora definire “precari”, che da aggettivo è diventato sostantivo. Appellativo che io rifiuto perché contiene il pregiudizio della non riuscita quando per me e molti colleghi è stata una scelta dettata dalla volontà e dalla capacità, anche, di non cullarsi in sogni e attendere cappelli da cui fare passare il proprio riconoscimento. E per molti altri, innegabilmente, l’unica strada percorribile in assenza di possibilità di stabilizzazione.
Però troppe cose in questa professione non vanno. Troppe cose vengono gestite con anacronismo, pensando a questo mestiere come costituito da giornalisti dipendenti, e quindi “griffati”, quando invece la categoria è composta soprattutto – oltre il 50 per cento – da noi che siamo “liberi”, ma anche “senza casa”. E senza casa – questo è sbagliato – si traduce in “senza tutele”.
E siamo la metà, anzi oltre. E siamo quelli che dall’esterno garantiamo l’uscita dei quotidiani, dei settimanali, dei mensili. Oppure come uffici stampa elaboriamo e costruiamo le notizie, nell’interesse collettivo, nel rispetto delle regole deontologiche, dando quindi un contributo all’informazione.
Continuo a difendere questa professione dall’assalto di coloro – molti blogger ad esempio – che si spacciano per giornalisti. Perché essendo giornalisti pubblicisti – non professionisti – possono svolgere un’altra attività e di questo titolo si fregiano facendo marketing di se stessi. All’Ordine dei Giornalisti – e qui sento di rappresentare la maggior parte dei colleghi freelance – chiedo di prendere una posizione. Servono regole chiare.
La difendo contro chi ogni giorno si sente in diritto di accusare la categoria di ignoranza, seppure va detto che dilaga, perché un certo cursus honorum non c’è più.
La difendo nonostante i colleghi delle redazioni considerino spesso i collaboratori esterni e gli uffici stampa delle “spam”, quando abbiamo non solo gli stessi titoli ma conoscenza delle materie che trattiamo e che, capita, alle redazioni sfuggono. Ricordo anzi che il giornalista che opera negli uffici stampa agisce in conformità a due principi fondamentali della Legge 150/2000: il diritto dei cittadini di essere informati e il diritto/dovere delle istituzioni pubbliche di informare. Il tutto, in armonia con quanto previsto dalla Legge 69/1963, con cui sono stati istituiti l’Ordine professionale e i principi deontologici fondamentali. Ancora, ricordo che il verbo “collaborare” significa “lavorare con”, cioè essere sullo stesso piano, orizzontale, non di sudditanza.
Eppure, noi, nel 2017, pur lavorando, producendo, siamo senza tutele. Per noi non c’è infortunio, malattia, nulla. A meno che non risultiamo iscritti alla Casagit (che per i liberi professionisti è altamente onerosa) o abbiamo assicurazioni private.
Insomma, per citare Luca Carboni, dobbiamo avere “un fisico bestiale” e godere di ottima salute. Sempre.
Quindi molti di noi, anzi tutti noi, anche quando stiamo male, lavoriamo. E vada come vada. Oppure perdiamo contatti e contratti. Quando un collega dipendente, per un attacco di cervicale, sta a casa un mese e poi torna sereno al suo posto.
Ma è giusto che noi, ripeto, che siamo elemento fondante dell’informazione – la stessa che tratta le vessazioni di imprenditori su lavoratori, della loro perdita di diritti, accusando spesso le istituzioni di assenza – viviamo senza tutele?
Tutto questo è tanto anacronistico quanto colpevole. E non è una questione di soldi, è una questione di “etica”. E qui chiedo con forza a Ordine, Sindacato, Inpgi, Casagit di intervenire. Concretamente.
Vanno costruiti percorsi di protezione per noi autonomi. Per chi lo è per scelta e chi per costrizione, perché c’è anche chi non ha avuto altra possibilità “contrattuale”. Ma tutti noi paghiamo tessere di iscrizione e contributi previdenziali.
Non ci interessa la pacca sulla spalla. È tempo di passare dalle parole ai fatti.
Il falso pietismo, peraltro, fa male alla professione.
È dilagata la convinzione che noi non guadagniamo, che siamo degli sfigati che si accontentano di sporte di prugne. Il che toglie autorevolezza anche a chi riesce a farsi rispettare nei rapporti e nei compensi.
Capita così che c’è chi si sente autorizzato a chiedere a noi professionisti, che viviamo esclusivamente di questo lavoro, se riusciamo a mettere insieme il pranzo con la cena. Ma a un avvocato, lo si chiede? A un medico, lo si chiede? A un architetto, lo si chiede?
Questo ci rende deboli. E lede anche chi, tra volontà e determinazione, si è costruito una professionalità, esattamente come l’avvocato, il medico e l’architetto. Fermo restando che tutte le libere professioni segnano un calo. E danneggia chi sta provando a realizzarsi. Penso ai giovani che si stanno affacciando alla professione e vengono umiliati con pagamenti di pochi euro. E ferisce colleghi con tanta esperienza che hanno dovuto accettare compromessi al ribasso e gli stessi pochi euro.
È innegabile, il giornalismo sta diventando una professione per ricchi (la selezione naturale verrà effettuata sempre più sul “censo”), cui ci si potrà dedicare per hobby, che potranno svolgere solo quanti vivono di rendite e godono possibilmente, ripeto, di ottima salute. Ne deriverà che le competenze, la cultura, saranno sempre meno importanti, perché da chi lavora gratis, o quasi, cosa si può in fondo pretendere? Il merito e l’onestà intellettuale varrà meno della genuflessione, della mediazione, della capacità di non disturbare e di non sollevare problemi. In fondo, per dirla con il filosofo canadese, Alain Deneault, la mediocrazia fa proseliti. Io aggiungo, sta entrando a regime.
Si sta togliendo ossigeno a chi in questo mestiere si è identificato. Perché il nostro non è un lavoro, è una passione, è un modo di sentire la vita.
E si sta facendo un danno culturale enorme, depauperando l’informazione. Stiamo perdendo credibilità. E così diventiamo inutili. Ma non noi autonomi, noi giornalisti, tutti. Inutili tutti. Nessuno escluso.
Camilla Ghedini
(6 luglio 2017)
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