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Dal 3 febbraio 2016 è in vigore il «Testo unico dei doveri del giornalista». La deontologia è l’anima della nostra professione, anzi è la professione stessa

“Un giornalista bravo è anche deontologicamente corretto e attento. Il contrario non può darsi”. La pensa così Michele Partipilo, “papà” del Testo unico che ha raccolto il poderoso corpus deontologico della categoria.
Approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine nelle riunioni del 15-17 dicembre 2015 e del 26-28 gennaio 2016, il «Testo unico dei doveri del giornalista» è stato redatto in collaborazione con l’Osservatorio sulla deontologia per “armonizzare i precedenti documenti deontologici”. È in vigore dal 3 febbraio e si può consultare sul sito del Cnog (a breve il testo ufficiale a stampa con note e allegati).
Una stimolante conversazione con Michele Partipilo ci ha introdotti fra le pieghe del nuovo Testo unico.

Hai ricoperto diverse cariche all’interno dell’Ordine ma sei pure autore di importanti pubblicazioni sull’etica e la deontologia professionale. Come mai da tanto tempo ti occupi di deontologia dei giornalisti?
«Sono nato a Bari dove si è svolta e si svolge tutta la mia vita privata e professionale. Da sempre lavoro alla Gazzetta del Mezzogiorno, adesso sono caporedattore centrale. Una data chiave è stata il 1995: per la prima volta sono stato eletto presidente dell’Ordine regionale. Ho ereditato una situazione non facile perché qui in Puglia c’erano stati degli scandali che avevano coinvolto alcuni giornalisti. E quindi la categoria aveva bisogno di ritrovare una sua identità e soprattutto una sua dignità. È un’operazione che credo di aver fatto. Sono stato presidente dell’Odg pugliese per quattro mandati, quindi per dodici anni. Dopodiché ho pensato di poter dare un contributo al Consiglio nazionale, dove sono stato eletto per due volte di seguito. In tutti questi anni è maturata un’attenzione, una sensibilità verso la deontologia, che ritengo sia l’anima della nostra professione, anzi è la professione stessa, perché un giornalista bravo è anche un giornalista deontologicamente corretto e attento. Il contrario non può darsi».

Quando si è cominciato a pensare che le carte fossero troppe e si è profilata l’idea di condensarle in un Testo Unico?
«Personalmente mi sono accorto di questo problema lavorando all’Ordine regionale. Durante i corsi, che in maniera un po’ avventurosa avevamo cominciato a organizzare, mi sono reso conto che i colleghi avevano difficoltà a seguire tutto questo profluvio di carte e documenti nella loro attività quotidiana. E quindi ho cominciato a pensare che forse andava fatto un lavoro di unificazione. Quando poi nel 2007 sono entrato a far parte del Consiglio nazionale ho scoperto con soddisfazione che anche altri colleghi sulla base di esperienze analoghe ritenevano che bisognasse cominciare a lavorare a un Testo unico. Già nel volume sulla deontologia che ho curato per l’Ordine (presto uscirà l’edizione aggiornata con commento articolo per articolo del Testo unico e dei documenti allegati) si faceva presente la necessità di operare una sintesi, di avere un testo più organico e coordinato. La goccia che ha fatto traboccare il vaso credo sia stata l’obbligatorietà della formazione professionale, perché allargando i corsi a un numero notevolissimo di giornalisti il problema è diventato ancora più evidente. La dirigenza dell’Ordine si è resa conto che era davvero il momento di operare questa sintesi. Per cui l’estate scorsa ha dato mandato all’Osservatorio di deontologia (il gruppo di lavoro costituito per approfondire le questioni deontologiche) di approntare una bozza di cosiddetto Testo unico. Ed è questa bozza che è stata approvata dal Consiglio nazionale quasi all’unanimità: ci sono stati solo pochi astenuti ma nessun voto contrario».

Entriamo nel merito del Testo Unico. Come sono state raggruppate le 15 carte finora in vigore?
«In realtà non è un vero e proprio Testo unico perché al suo interno ha conservato quattro carte come allegati: il Codice di deontologia previsto dalla Legge sulla protezione dei dati personali, la Carta di Treviso che è inglobata in questo Codice di deontologia, la Carta dei doveri dell’informazione economica e la Carta di Firenze. Poi c’è il Glossario della Carta di Roma. I primi tre documenti era impossibile sintetizzarli nel Testo unico per ragioni tecniche. Il Codice di deontologia e l’annessa Carta di Treviso che tutela i minori sono ormai entrati a far parte dell’ordinamento quindi sono norme di carattere generale che non hanno valore solo per i giornalisti. Hanno una vita autonoma e per poterli modificare, aggiornare, trasformare bisogna avviare un preciso percorso di legge. Il discorso è un po’ diverso per la Carta dei doveri dell’informazione economica: un documento nato con lo scopo di tutelare i giornalisti che si occupano di economia dal rischio di dover pagare sanzioni pesantissime in caso di violazione. Sono sanzioni previste dalla normativa europea sugli abusi di mercato e i giornalisti ci rientrerebbero, se non ci fosse un documento deontologico che prescrive regole di comportamento e in qualche modo li esonera dal contesto generale delle sanzioni. Per questa ragione la Carta dei doveri dell’informazione economica non può essere sintetizzata nel Testo unico. La Carta di Firenze invece era stata condensata con gli altri documenti nella bozza presentata in Consiglio nazionale, ma, con un voto abbastanza tirato e dopo un grande dibattito, il Consiglio ha deciso di mantenerla in vita così com’è, come allegato. Questo, da un lato, è un punto di debolezza perché viene un po’ meno quello spirito che aveva portato alla realizzazione del Testo unico. Dall’altro però è un indicatore preciso del fatto che la questione del lavoro precario – che è l’oggetto principale della Carta di Firenze – resta un nervo assai scoperto della categoria. E il Consiglio dell’Ordine ha voluto in qualche modo mantenere accesa l’attenzione su questo punto».

Effettivamente il lavoro precario è un punto cruciale.
«A proposito della Carta di Firenze e del lavoro precario, devo dire che fra le novità rilevanti di questo Testo unico – che non si è limitato soltanto a collazionare il materiale esistente – c’è un punto molto importante. È inserito tra i fondamenti deontologici dell’articolo 2 e dice: “il giornalista tutela la dignità del lavoro giornalistico e promuove la solidarietà fra colleghi attivandosi affinché la prestazione di ogni iscritto sia equamente retribuita”. Ecco, questo è un principio completamente nuovo ed è un po’ la sintesi della filosofia della Carta di Firenze: è la copertura etica alle varie prescrizioni contenute nella carta stessa. Qui, per la prima volta, viene fissato con una certa chiarezza un principio che scaturisce da quel dovere di solidarietà previsto dall’articolo 2 della nostra Legge professionale (la n.69 del 3 febbraio 1963)».

Nel Testo unico ci sono altri concetti che non erano mai stati formulati?
«Sì, ci sono un paio di principi che a mio giudizio sono importanti e interessanti. Per la prima volta, è stato fissato qualcosa che si dava per scontato ma non era scritto da nessuna parte e cioè che il giornalista ha l’obbligo di rispettare il prestigio e il decoro dell’Ordine e delle sue istituzioni. È un concetto importante perché ribadisce che il giornalista non è un individuo che agisce da solo, ma è parte di una collettività professionale che deve mantenere prestigio e decoro, fondamentali per la dignità della professione, per la sua credibilità. Quindi, ogni volta che il giornalista lavora, dovrebbe rendersi conto che rappresenta migliaia di colleghi, che le sue azioni danno decoro o disdoro all’intera categoria. Questo è molto importante proprio sotto il profilo dell’etica professionale. Poi c’è un altro punto interessante, sempre nell’articolo 2 dedicato ai doveri, dove si precisa che il giornalista applica i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network. Ormai i social network e tutti i nuovi media non possono essere più considerati strumenti privati: sono mezzi di comunicazione di massa a tutti gli effetti e quindi come tali richiedono un uso appropriato e soprattutto che vi sia anche lì un apporto deontologico da parte di un utilizzatore professionale quale è il giornalista».

Si dice che la deontologia sia in divenire. Il Testo unico porrà fine alla produzione di altre carte?
«Non ci crederai, ma questo è stato uno dei punti discussi anche nel dibattito in Consiglio nazionale, perché alcuni colleghi hanno posto la questione. Io ho risposto in Consiglio e lo ripeto ora che questo Testo unico ha una struttura abbastanza elastica in cui è facile introdurre non intere carte, ma certamente dei principi, degli elementi di novità che dovessero rendersi necessari per via delle mutate situazioni. Si può facilmente intervenire per ampliarlo, per renderlo ancora più completo. Faccio un esempio: l’intero Titolo III, dedicato ai doveri nei confronti delle persone, si apre con un articolo completamente nuovo e di grande attualità che riguarda l’identità personale e il diritto all’oblio, temi caldissimi con l’utilizzo delle nuove tecnologie e di Internet in particolare. Ecco, se dovessero esserci delle novità in questo settore, delle esigenze diverse, basta aggiungere un comma in più a questo articolo e il problema è risolto. Insomma, il Testo unico ha una struttura abbastanza elastica che può essere continuamente aggiornata, basta volerlo».

Poi c’è l’esigenza di formare i formatori. Ritieni che occorra un altro taglio ora che non ci sono più le singole carte ma un Testo unico molto declinato?
«Guarda il problema dei formatori in realtà preesiste al Testo unico. Sono convinto che l’Ordine per quanto riguarda i formatori di deontologia debba diventare più severo e pretendere certe caratteristiche, certe garanzie da coloro fanno la formazione deontologica perché si tratta di un aspetto chiave della professione. Dopo la battaglia per il Testo unico, adesso c’è da fare un’altra battaglia per avere qualcosa di più certo circa i formatori deontologici. Ritengo che l’ideale sarebbe che vi fosse una sorta di elenco, di albo, di registro in cui l’Ordine nazionale inserisse – magari dopo corsi, test, esami, valutazioni da individuare – i nomi di coloro che hanno l’imprimatur per insegnare la deontologia professionale».

E sul fronte dei Consigli di disciplina cosa succederà?
«Il discorso più urgente è proprio quello che riguarda i Consigli di disciplina, che ora sono chiamati ad applicare queste norme e non più le vecchie. Tanto è vero che nel Testo unico è prevista una norma transitoria in cui si dice che entra in vigore il 3 febbraio 2016. È un richiamo simbolico all’entrata in vigore della nostra Legge professionale del 1963, però da un punto di vista pratico dice anche che i procedimenti disciplinari che fanno riferimento a violazioni di norme contenute nelle vecchie carte vanno avanti per la loro strada. Ma dal 3 febbraio 2016 in poi tutti i capi di incolpazione che saranno formulati dovranno ovviamente fare riferimento agli articoli del Testo unico. Quindi, l’aspetto più urgente è quanto meno fare un’informativa ai Consigli di disciplina per quanto riguarda gli adempimenti di natura tecnica e burocratica, perché poi i contenuti grosso modo restano gli stessi».

Comunque, la messa a punto di un Testo unico che ribadisce o pone ex novo alcuni principi fondamentali della professione giornalistica mi sembra un punto di svolta interessante, soprattutto in momento storico in cui c’è chi vorrebbe abolire l’Ordine.
«Sì. Se devo dare una prospettiva storica, credo che questo Testo unico sia un punto d’arrivo: sicuramente è un punto di svolta rispetto al passato ma allo stesso tempo può costituire la base per dare nuovo slancio, nuova vitalità all’Ordine professionale. Non mi preoccupa chi dice di voler abolire l’Ordine, perché credo che in realtà le chiavi per questo tipo di decisioni le abbiamo in mano noi stessi giornalisti. Però dobbiamo riuscire a far funzionare l’Ordine e contrastare la spinta individualistica che c’è stata nel corso degli ultimi anni, spesso determinata anche da contingenze economiche che hanno costretto i giornalisti ad avere la schiena un po’ meno dritta. Allora, come categoria dobbiamo stare attenti a non abdicare alla nostra autonomia, alla nostra libertà, alla nostra integrità etica e morale, perché nel momento in cui scendiamo a compromessi firmiamo la nostra estinzione».

Franca Silvestri

(1 febbraio 2016)
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