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Il Governo dovrebbe aprire un tavolo sull’emergenza occupazione del settore giornalistico. Un’informazione precaria indebolisce la democrazia e crea disuguaglianze nella professione. Inclusione è la parola d’ordine

Raffaele Lorusso è segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi). Da quando è stato eletto, al XXVII Congresso di Chianciano Terme nel gennaio 2015, concilia la professione di quotidianista a Repubblica con un’intensa attività nel Sindacato unico dei giornalisti. In questa chiacchierata mette a fuoco le questioni più nevralgiche della professione e individua criticità e urgenze del cosiddetto “lavoro autonomo”, che ormai in maniera cronica significa precarietà professionale. Si esprime senza eufemismi rispetto allo stato attuale dell’informazione e alla difficile condizione della stampa italiana. Ma non demorde, cerca di agire nel segno del “noi” rispettando il senso profondo della parola sindacato (dal greco, “giustizia insieme”).

L’ultima “fotografia” di Lsdi (Libertà di stampa diritto all’informazione) sullo stato della professione giornalistica in Italia evidenzia che il 65 per cento dei colleghi attivi sono lavoratori non dipendenti. A questo si aggiunge che spesso l’autonomia non è una scelta ma deriva dall’impossibilità di lavorare alle dipendenze di un editore o di un committente. A tuo modo di vedere, quali sono le questioni più delicate e pressanti della professione in generale e quali nella declinazione “lavoro autonomo”? Cosa ricade maggiormente sulla precarietà del settore giornalistico?
«Recentemente si è concluso l’iter che ha portato dapprima all’approvazione della riforma della Legge sull’editoria e successivamente all’emanazione dei decreti attuativi. Il Governo ha messo mano a tutta una serie di questioni che riguardano il mondo del giornalismo (dalla riforma degli ammortizzatori sociali a quella dei requisiti di accesso alla pensione anticipata) e ha stanziato altri 45 milioni per far fronte alle richieste di pre-pensionamento avanzate negli anni passati da numerose aziende. Noi abbiamo detto che questo in un’ottica e in una prospettiva immediata di riordinamento del sistema va anche bene. Però non è accettabile che in tutta questa partita ci si sia dimenticati dell’occupazione. Quando parliamo di occupazione, noi parliamo soprattutto di occupazione regolare, di lavoro subordinato, dipendente e non certo di lavoro autonomo o parasubordinato, che spesso sono degli eufemismi per nascondere o mascherare quello che in realtà dovrebbe essere ed è a tutti gli effetti lavoro dipendente. Chiaro?».

Chiarissimo. Ma cosa si può fare?
Noi ci saremmo aspettati un impegno del Governo ad aprire un tavolo sull’occupazione nel sistema giornalistico. E ancora ci aspettiamo che voglia finalmente affrontare il tema della precarietà nel nostro settore. Perché se è vero che l’aerea del lavoro dipendente diventa sempre più piccola, tende sempre più a restringersi, è anche vero che a questo restringimento corrisponde un allargamento dell’area del lavoro atipico e parasubordinato. È vero che il lavoro è cambiato, è vero che la professione quotidianamente viene declinata in nuove forme, che richiede anche capacità e intuizioni diverse da quelle del passato, ma questo non può significare che siano diminuite le occasioni per creare lavoro regolare. Significa semplicemente che in questo paese purtroppo ci sono tante forme di lavoro atipico e che accedervi è molto, troppo facile. Per cui, gli editori fanno semplicemente diminuire il lavoro dipendente, subordinato, regolare e lo sostituiscono con lavoro atipico, non regolato, non regolare che costa molto meno, ottenendo di fatto gli stessi risultati, le stesse prestazioni. Questo per noi è inaccettabile e richiede un intervento forte da parte del Governo, perché è una situazione che sta creando molte diseguaglianze all’interno della nostra professione. Una situazione che poi è lo specchio del paese, perché vale per tutte le aree del lavoro in Italia. Noi non possiamo rassegnarci a una visione del mondo in cui l’area del lavoro regolare si va sempre più rimpicciolendo, non lo possiamo consentire. Quindi, occorre riequilibrare il tutto per far sì che chi nella professione c’è già – perché svolge attività tutti i giorni e fa parte dell’organizzazione del lavoro di redazione ma non si vede riconoscere diritti, tutele e garanzie – questi diritti, tutele e garanzie se li veda riconosciuti».

Come pensi si possa procedere?
«Innanzitutto attraverso provvedimenti legislativi ad hoc. E anche intervenendo sul Contratto nazionale di lavoro giornalistico, andando a rivedere alcuni istituti contrattuali ma anche prevedendo altre figure professionali. Questo è l’obiettivo che dobbiamo avere chiaro e sul quale dobbiamo continuare a combattere e lavorare. Certo, dico che bisogna intervenire sul contratto, però dobbiamo sempre ricordarci che i contratti si sottoscrivono in due. Quindi, occorre fare un’azione forte anche sugli editori, perché chi ha creato questa situazione sono gli editori, sono coloro che difendono la proprietà dei mezzi di comunicazione, delle testate giornalistiche. È con loro che bisogna misurarsi. Il confronto per il rinnovo del contratto si era avviato, poi si è interrotto perché c’era tutta la partita che riguardava la riforma dell’editoria e i pre-pensionamenti. Ma l’interruzione è anche legata al fatto che a quel tavolo abbiamo portato come rivendicazione principale l’inclusione. Per noi inclusione significa portare nell’area contrattuale, nel perimetro contrattuale colleghi che nel mondo del lavoro ci sono già, ma senza vedersi riconosciuti diritti, tutele e garanzie. Quando parliamo di inclusione, parliamo di questo. E abbiamo chiesto agli editori di farsene carico. È chiaro che gli editori ci hanno sbattuto sul tavolo la solita litania dei tagli da fare, che chiaramente abbiamo respinto al mittente. Ma adesso che il Governo ha accolto di fatto tutte le istanze che provenivano dagli editori, ritengo che non si possa più ignorare che esiste una grande emergenza in questa categoria: l’emergenza occupazione. Che non riguarda soltanto la vita di chi si trova in situazioni di precarietà, ma è un emergenza democratica, perché un’informazione precaria è un’informazione che lentamente indebolisce la democrazia. Non si può pretendere di avere un’informazione di qualità, che sia in grado di far circolare le idee, di stimolare dibattiti, di informare i cittadini pagando i giornalisti pochi spiccioli e precarizzando sempre di più le loro vite. Questo non si può fare».

Infatti, al di là di tutti i disagi che vivono i giornalisti, è l’informazione come pilastro della democrazia che va difesa.
«Certo».

Due rilievi. Il confronto sul Contratto nazionale di lavoro giornalistico avviene tra Fnsi e Fieg quando ormai i committenti, cioè chi dà lavoro ai giornalisti, non sono solo editori. La Legge 81/2017 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 13 giugno scorso) affronta le problematiche del lavoro autonomo e il tema del “lavoro agile”. Credi sia una formula applicabile in modo efficace anche al nostro settore?
«Sicuramente sì. In molte realtà esiste già il lavoro agile. Pensiamo per esempio alle realtà in cui si consente ai colleghi di lavorare da remoto. L’agilità è legata all’effettuazione della prestazione. Quindi, il lavoro agile esiste già. Certo, va regolato meglio, va soprattutto regolato in maniera tale che non si possano creare abusi o non venga utilizzato per mascherare lavoro che di fatto è dipendente ma viene inquadrato con altre forme. Sicuramente deve esistere e deve essere garantito. Poi hai perfettamente ragione quando dici che il lavoro non viene più soltanto dagli editori. Ma deve stare anche a noi saper cogliere la sfida che arriva da tanti settori, andare a scovare il lavoro giornalistico dove sta, dove si crea, dove si produce e regolarlo attraverso accordi o contratti. È chiaro che ci possono essere regole, di natura più economico-retributiva, che variano a seconda dei settori nei quali si opera. Però, diritti e tutele devono essere uguali per tutti».

Purtroppo, esistono figure inquadrate apparentemente in modo regolare, che magari hanno una partita Iva ma svolgono una sorta di “lavoro agile” e sono sottopagate rispetto a quello che realmente fanno.
«Esatto. Il lavoro agile, però è agile solo nella prestazione, non è agile nell’inquadramento, né nel riconoscimento dei diritti. Attenzione, lo dice anche la legge. Il lavoro agile è lavoro dipendente, deve essere chiaro a tutti».

La Commissione nazionale lavoro autonomo, che è un organismo della Fnsi, come incide in questo percorso di “inclusione” e che tempi ci sono rispetto alla Conferenza d’organizzazione sul lavoro autonomo e la precarietà?
«La Commissione nazionale lavoro autonomo, presieduta dal collega Mattia Motta, svolge un’azione di approfondimento, di studio, di proposta e anche di pungolo nei confronti della Giunta della Federazione nazionale della stampa. La Clan ha svolto e svolge questo ruolo egregiamente. Lo ha fatto quando ci siamo trovati alcuni mesi fa ad approvare le modifiche allo Statuto della Fnsi e continua a farlo con un ottimo lavoro nella elaborazione di proposte che puntano a riconoscere una solida base di diritti e tutele per coloro che svolgono lavoro autonomo, non dipendente. Per esempio, la Clan sta conducendo una grande battaglia per far sì che il Ministero della Giustizia adotti un decreto che fissi i criteri per la determinazione della liquidazione giudiziale dei compensi dei liberi professionisti nel settore giornalistico. È stato fatto per altre categorie, ma non ancora per i giornalisti. Per quanto riguarda la Conferenza d’Organizzazione, qualche giorno fa in Giunta abbiamo stabilito che si terrà in autunno».

Chiudiamo con “Inquietudine, Incompletezza, Immaginazione”, le parole-provocazione lanciate da Papa Francesco ai giornalisti gesuiti, che recentemente sono state anche al centro di un convegno della Fnsi. Quali sono i percorsi possibili della categoria e dei suoi organismi in quest’ottica?
«Le tre I (inquietudine, incompletezza e immaginazione) sono i tre stati d’animo, i tre atteggiamenti che il Papa ha indicato ai gesuiti che redigono la rivista Civiltà Cattolica. Quando ne abbiamo discusso in Federazione, mi sono permesso di dire che secondo me inquietudine, incompletezza e immaginazione sono tre categorie dello spirito essenziali per un giornalista perché sono gli unici tre atteggiamenti di fronte alla realtà che possono avvicinarlo alla verità. Non dimentichiamo che la nostra professione ci impone l’obbligo della verità: è scolpito nell’articolo 2 della Legge professionale 69/1963. Quindi, senza inquietudine, incompletezza, immaginazione (che permettono di avere una mente scevra da pregiudizi, la capacità di guardare oltre le apparenze, di farsi domande), non possiamo esercitare questa professione. Perché se ci fermiamo alle apparenze, oltre a fare un cattivo giornalismo, facciamo un pessimo servizio ai cittadini».

È un rilievo importante, soprattutto oggi che il concetto di post-verità dilaga e viene declinato nei modi più fantasiosi. Ma la verità e quanto hai sottolineato sono punti nodali della nostra professione, che avrebbe bisogno anche di un dialogo maggiore fra gli organismi di categoria.
«Hai perfettamente ragione, tanto è vero che nella riforma dello Statuto della Fnsi che abbiamo approvato in aprile è stato inserito il Coordinamento degli enti, per far sì che tutti gli enti della categoria (Sindacato, Ordine, Inpgi, Casagit e Fondo complementare) siano non solo in costante contatto, ma si ritrovino periodicamente per mettere insieme quelle politiche comuni che servono ai giornalisti e a tutta la categoria. Noi lo abbiamo messo nello Statuto proprio perché ci crediamo».

Franca Silvestri

(29 giugno 2017)
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