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Il termine post-verità è nato dalla Rete e per la Rete. Non è sinonimo di notizia fasulla, indica una verità “immateriale” che viene dopo la verità fisica. Ma è possibile una verità vera nella Rete?

È caporedattore centrale della Gazzetta del Mezzogiorno Michele Partipilo ma soprattutto è una figura autorevole e molto attiva del versante ordinistico. All’interno dell’Ordine dei giornalisti ha ricoperto diverse cariche: è stato presidente dell’Odg pugliese per dodici anni e componente del Consiglio nazionale per due mandati. Attualmente fa parte dell’Osservatorio di deontologia del Cnog, il gruppo di lavoro che ha messo a punto il Testo unico dei doveri del giornalista (in vigore dal 3 febbraio 2016) dove è stato riunito in maniera ragionata e innovativa il poderoso corpus deontologico della categoria. Oltre ai volumi “ufficiali” curati per l’Ordine nazionale, Partipilo è autore di interessanti pubblicazioni su etica, deontologia professionale, nuovi media dove analizza con profondità e lungimiranza l’impatto che le recenti tecnologie comunicative, i social network, la crossmedialità hanno sulla professione giornalistica. Le riflessioni più recenti sono sulla prassi ormai inevitabile del “sempre online” e sulla nozione molto in voga di “post-verità”.

Deontologia, notizie e bufale nell’era della post-verità è il titolo di un corso Fpc che hai tenuto recentemente. Il termine post-verità è diventato un po’ di moda e viene declinato in molte maniere. Come pensi venga inteso questo concetto?
«L’uso più frequente che si fa del termine post-verità è come sinonimo di bugia, falsità, notizia fasulla. È un uso che anche noi giornalisti abbiamo contribuito ad avallare. In realtà, il termine post-verità indica una verità che viene dopo la verità fisica. È un termine nato dalla la Rete, per la Rete, elaborato esclusivamente per la Rete: una realtà dematerializzata che non conosce il concetto di verità almeno nei termini in cui siamo abituati a intenderla. Per i giornalisti la verità è l’adeguamento tra il fatto accaduto e la cosa narrata. Nel caso della Rete questo adeguamento non può esistere perché non si parla di un contesto fisico, ma di un contesto digitale. E quindi per post-verità si può intendere quella verità che è al di là del contesto fisico, cioè la verità trasferita in Rete, dove però, proprio per l’assenza di una realtà fisica, ogni affermazione è sempre vera e, se si vuole, è sempre falsa. Nella Rete non c’è il concetto di originale e di copia, di originale e di falso, ma ci sono sempre delle copie perfette. Non è possibile la falsificazione nel senso tradizionale del termine, perché c’è una moltiplicazione di originali: esemplare 1, esemplare 2, esemplare 3. E questo fa sì che il concetto possibile di verità in Rete è quello che si chiama fake, cioè il mancato adeguamento di dati fra loro. Quindi, noi giornalisti commettiamo una forzatura quando diciamo che fake è uguale a notizia falsa o sito falso. Non è così: fake sta a indicare semplicemente una mancata corrispondenza di dati».

Tutto questo non è privo di fascino, però la realtà esiste. Anche la Rete, quando riporta notizie di fatti accaduti, forse continua ad avere qualche corrispondenza con la realtà. Non stiamo virtualizzando un po’ troppo la questione?
«Ma no. Continuiamo a ragionare nel modo di chi sta vivendo un’epoca di transizione da un contesto a un altro, da un certo tipo di società a un’altra. E quindi siamo ancora un po’ ibridi. Per capire bene le cose, bisognerebbe cominciare a ragionare con più di un linguaggio, con linguaggi diversi. La realtà fisica è una cosa distinta e separata da quella della Rete. È improprio parlare di realtà nella Rete, bisogna invece parlare di attualità, cioè di quello che c’è oggi, di quello che si vive adesso, dell’attimo. Perché tutto è legato all’attimo e ha sempre in sé una radice di verità. Per questo dico che quello che c’è in Rete in definitiva è sempre vero. Il problema emerge quando spostiamo quello che accade nella dimensione di virtualità della Rete alla realtà fisica e applichiamo i canoni tradizionali di valutazione della realtà fisica. È lì che nasce il conflitto e ci si accorge delle notizie false. È lì che nasce l’equivoco e si dice che post-verità è uguale a falsità. Ma è un modo sbagliato di affrontare la situazione. Bisogna cominciare a ragionare in maniera differente, anche se questo apre la porta a tutta una serie di problemi e a una domanda di fondo: è possibile una verità vera nella Rete? È difficilissimo rispondere. Io sono fra i pessimisti e dico che forse è possibile, però non è una verità necessaria, indispensabile. Per altri invece è assolutamente possibile, anzi è sempre vero. Tanto che qualcuno si è divertito a capovolgere i termini del discorso e ha affermato che la post-verità non è altro che la verità dei post. Al di là del gioco di parole, è una spiegazione interessante di quello che accade e un modo più semplice di tradurre il discorso sulla post-verità».

Il giornalismo è una narrazione di fatti realmente accaduti, almeno così lo abbiamo inteso finora. Ma se spostiamo il discorso nella dimensione che hai appena tratteggiato, i giornalisti hanno ancora un senso? Che valenza possono avere in questo panorama?
«Secondo me, oggi i giornalisti hanno un senso ancora più evidente e profondo perché possono essere la patente e la garanzia di verità, all’interno di un contesto dove nessuno sa ciò che è vero e ciò che non è vero. Il loro ruolo diventa assolutamente determinante. Tre sono le caratteristiche fondamentali dell’attività giornalistica: la sua attualità, la verità e il racconto dei fatti. Finché i giornalisti si muovono all’interno del triangolo definito da questi elementi possono fare bene il proprio lavoro e anche in una realtà complessa, trasformata, dematerializzata come è quella della Rete sono in grado di creare buoni presupposti per la verità. Però devono stare attenti perché ormai utilizzano la Rete come fonte di notizie, senza sottoporla a verifica. È lì che scatta il cortocircuito e diventano complici di una verità che parte già compromessa. Troppo spesso le fonti dei giornalisti sono i social, ma nei social non c’è nessun obbligo di dire la verità, anzi. Se prendono per oro colato quello che viene scritto sui social, quello che leggono nei siti, senza preoccuparsi di fare il loro lavoro, cioè di verificarlo, di cercare conferme, allora viene meno il loro rapporto con la verità. I fatti diventano quello che raccontano altre fonti, ma questi sono solo racconti, narrazioni, esternazioni, non sono fatti. I giornalisti devono tornare ad andare sugli eventi e a ragionare su questi. È la loro ancora di salvezza. Vedo in questo una grande opportunità per marcare la differenza con il resto della comunicazione e con tutto quello che si dice in Rete».

Ma nella Rete vero o non vero, accertato o non accertato, tutto circola molto velocemente. I giornalisti che verificano le fonti e gli accadimenti reali impiegano più tempo di chi non lo fa e riesce a diffondere notizie rapidamente. Non solo: la gente si attacca facilmente alla Rete, ai social, ai tanti canali digitali e forse non distingue fino in fondo se l’informazione arriva o meno da un giornalista.
«Sono osservazioni assolutamente fondate. Siamo in un momento di transizione, ma ancora per un bel po’ non si potrà fare completamente a meno della realtà fisica. Bisogna riuscire a far convivere queste due realtà e soprattutto non rassegnarsi all’idea che in una realtà virtuale come quella della Rete possa essere del tutto assente un concetto di verità. Però è ancora tutto da costruire con lo sguardo su un futuro assolutamente imprevedibile. Quindi, i giornalisti hanno il dovere di continuare a mantenersi legati ai fatti, perché così facendo preservano un concetto di verità che forse è limitato e insufficiente per la Rete, però è ancora autentico. Certo, se il giornalista deve fare tutte le verifiche ha bisogno di tempo e non c’è dubbio che deve affrontare la battaglia della velocità. La velocità è un elemento di efficacia della comunicazione, ma è pure un elemento negativo per quanto riguarda la responsabilità di chi comunica perché non dà il tempo di riflettere, di verificare. Allora, meglio una notizia mezz’ora dopo ma che sia una notizia vera, autentica, genuina, verificata. Questo è assolutamente controcorrente, me ne rendo conto. Però non so quanto la velocità sia un’esigenza reale del pubblico. Il più delle volte ho l’impressione che sia frutto di quella battaglia di primati condotta da noi giornalisti per arrivare prima degli altri sulla notizia. Il pubblico è disponibile anche a leggere in velocità bufale, notizie esagerate o taroccate, però quando si tratta di informazioni che lo toccano nel vivo diventa estremamente prudente e attento a scegliere i suoi interlocutori, soprattutto se ha già attribuito a qualcuno di questi una patente di credibilità. Quindi, i giornalisti devono cercare di mantenere la loro credibilità. Ma va fatta anche un’operazione di formazione del pubblico rispetto ai rischi della Rete. Il Garante per la privacy ha cominciato a promuovere una serie di attività nelle scuole per educare i ragazzi all’uso di Internet. L’obiettivo è quello di evitare fenomeni come il bullismo o la diffusione di foto online, ma è già il primo seme di una educazione a questo strumento complicatissimo, delicatissimo, che per la facilità di relazione che riesce a creare diventa immediatamente fruibile e la gente si avvicina senza troppe precauzioni. Invece le precauzioni sono necessarie, tutti le devono adottare, compresi i giornalisti».

È di un anno fa il varo del Testo unico dei doveri del giornalista. In un panorama del genere è ancora possibile fare riferimento a quelle regole deontologiche?
«Assolutamente sì. Certo, bisogna studiare i contenuti, non soffermarsi solo sui titoli. È necessario riflettere sul senso delle parole, che in molti casi è un senso profondo. Se andiamo a cercare gli elementi che riguardano la verità all’interno del Testo unico si fanno delle scoperte molto interessanti. È un testo assolutamente adeguato a questi tempi, che però bisogna imparare a leggere in profondità: dà delle indicazioni importanti che fanno fare un salto di qualità alla professione, ma allo stesso tempo richiedono un impegno di qualità. Bisogna uscire dall’equivoco che il giornalismo sia una professione per tutti. Non è così, esattamente come non tutti possono fare il medico, l’avvocato, il giudice o l’ingegnere. C’è una vocazione alla base della professione giornalistica che porta a prediligere certi temi, certi modi di fare, certi argomenti, certe situazioni. Il giornalista ha un suo specifico che non appartiene a tutte le persone. A partire dagli anni ’80/‘90 si è fatto di questa professione una sorta di prêt-à-porter del lavoro: tutti possono fare i giornalisti. È un equivoco di fondo anche del cosiddetto citizen journalism. Ma questa dei cittadini giornalisti è una balla bella e buona. Un cittadino che mette su facebook la foto dell’incidente stradale a cui ha assistito non sta facendo il giornalista, sta semplicemente diffondendo la foto di un evento o di quello che lui ritiene sia un evento, punto. Non c’entra niente con il giornalismo, che invece ha le sue regole, i suoi canoni, i suoi linguaggi, i suoi metodi, esattamente come qualunque altra professione».

Non posso che pensarla come te, però in questi anni l’equivoco si è creato. E, oltre al cosiddetto giornalismo fatto dalla gente, ne hanno tratto vantaggio gli editori. Oggi molti giornalisti sono “diversamente contrattualizzati”, “non garantiti”. Si parla del 65 per cento degli attivi. Una cifra importante, indice di precarietà professionale ma anche della richiesta di un giornalismo più dequalificato e meno costoso. La situazione è confusa, ci sono molti intrecci tra figure giornalistiche e profili diversi che fanno circolare notizie.
«Non c’è dubbio, gli editori hanno avuto convenienza a creare questa situazione e gli intrecci sono complessi. Però non dobbiamo dimenticare che anche noi abbiamo le nostre responsabilità. In tutti questi anni per difendere la qualità dell’informazione la nostra categoria ha fatto pochissimo, per non dire nulla. E spesso ha assecondato gli editori verso lo scadimento della qualità. Ci siamo concentrati soprattutto sulla difesa degli stipendi, ma non abbiamo messo in conto che una caduta della qualità poi implicasse anche un rischio per le retribuzioni e per tutta la situazione occupazionale. È una colpa non da poco che ha la nostra categoria. Per esempio, all’inizio di Internet abbiamo assecondato la scelta degli editori di creare siti che riportassero le stesse notizie delle testate a stampa, avviando così la loro distruzione. Abbiamo addirittura spinto perché ogni testata avesse il suo sito online, non rendendoci conto che ci stavamo mettendo il tumore in corpo. Sulla scorta di un populismo che si credeva democratico, ma che si sta rivelando profondamente antidemocratico, abbiamo lasciato che l’accesso alle notizie online fosse “gratuito”. Non abbiamo ragionato sul fatto che l’informazione non può essere gratuita, perché è un bene così prezioso che ha i suoi costi, anzi più è di qualità, più deve costare e bisogna proteggerla. È una legge di mercato. Adesso il discorso è complicatissimo, perché dopo un decennio in cui il pubblico è stato abituato ad avere gratis le notizie online stando comodamente a casa, come gli si può chiedere di tornare a comprare il giornale spendendo dei soldi, magari andando all’edicola. È un errore di cui siamo correi insieme agli editori: abbiamo assecondato la miopia e l’ingordigia degli editori e ci siamo dati la zappa sui piedi. Questa è la verità. Però non l’abbiamo ancora riconosciuto pubblicamente, non ho sentito un’ammissione di colpa da parte degli organismi ufficiali della categoria».

Per chiudere torniamo alla post-verità. Rispetto a Sempre online, il libro che hai scritto qualche anno fa, la tua concezione dell’epoca digitale è cambiata?
«La mia visione è rimasta assolutamente analoga, oggi però si aggiunge una riflessione nuova su questo concetto di post-verità che si è andato affermando. E che, ripeto, nella maggior parte dei casi viene usato a sproposito come sinonimo di notizia fasulla, di notizia bugiarda. Ma non è il significato esatto di chi l’ha coniato. Il termine post-verità nel senso originale più che “dopo la verità” significa “oltre la verità” e quindi indica un superamento, che però può portare a una svuotamento di senso. Io ritengo che per post-verità debba intendersi il passaggio da una società fisica (dove la realtà è un riscontro obiettivo, una corrispondenza di fatti con racconti) a una realtà dematerializzata, digitalizzata dove questo tipo di riscontro cambia, è diverso, perché c’è un adeguamento di dati e non di fatti. È un passaggio molto delicato, molto sottile, che ci crea problemi perché fino a oggi siamo stati abituati a ragionare e a misurarci con i fatti, mentre nella dimensione digitale, in Internet ci sono solo dati, che possono indicare dei fatti ma possono anche non indicarli. Su questa nuova materia dobbiamo un po’ attrezzarci, perché la verità della Rete è la verità dopo la verità fisica, quella del mondo digitale dove i valori sono altri, dove spazio e tempo sono delle unità che tendono allo zero. Cambiano proprio i contorni e dunque bisogna riflettere e lavorarci».

Franca Silvestri

(3 aprile 2017)
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