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La critica teatrale sta scomparendo. Nel web non tutte le analisi sono attendibili, l’etica è soggettiva e preoccupa la nascita di Stage Advisor

Claudio Cumani è giornalista del settore cultura e spettacoli e critico teatrale del Resto del Carlino.
Nei mesi scorsi è stato relatore in alcuni seminari di formazione dell’Odg Emilia-Romagna a Modena e Bologna dove ha analizzato l’evoluzione della critica sui media tradizionali e nel web.

Sul versante della critica teatrale, cosa è cambiato rispetto al passato? Oggi, quanto spazio ha l’analisi degli spettacoli nei quotidiani?
«La seconda domanda è una conseguenza della prima. La critica teatrale ha pochissimo spazio sulla stampa quotidiana, anche sui grossi quotidiani nazionali come Corriere e Repubblica. In genere viene confinata, una volta alla settimana, in una pagina che raggruppa tutte le recensioni teatrali, cinematografiche e liriche. Viene liquidata con schede e informazioni spicciole. Fatta eccezione per qualche critico eccellente del quale viene proposto un pezzo più articolato, ma più per un piacere di lettura che per informare. Quindi, la critica è cambiata perché c’è meno spazio sui giornali. Ma c’è meno spazio perché è mutato il modello culturale ed è cambiata la società. Ho fatto mia una riflessione del rettore dell’Università di Bologna Ivano Dionigi, che dice “veniamo da un’epoca che aveva il pensiero lungo e ora siamo in un periodo che ha il pensiero breve”. Ovvero, prima c’era tempo, c’era una società che richiedeva un approfondimento delle cose – quindi la discussione, il confronto, la lettura, la ricerca dei testi, l’analisi – adesso invece viviamo in un tempo di pensiero rapido, che significa schematizzare tutto, comunicare in modo molto conciso, a flash. Anche perché è avanzata una nuova forma di comunicazione che ha cambiato tutto: il web».

Insomma, la critica come analisi e ricostruzione narrativa degli spettacoli non c’è più. Ritieni sia una perdita dal punto di vista culturale?
«È una perdita grave, però parzialmente ricompensata dal web. Non bisogna essere diffidenti nei confronti del web perché è una sterminata fabbrica della conoscenza. Purtroppo però non ha regole, non ha confini e pone un problema di fondo che è quello della credibilità. Come dire: il web è credibile rispetto alla carta stampata o alle pubblicazioni specialistiche? Su queste i giornalisti venivano reclutati secondo parametri professionali, invece sul web tutti possono scrivere. Inoltre, al di là dell’apparente democrazia, il web condiziona fortemente le cose, perché le persone cercano l’opinione del critico o dello studioso che più si avvicina alla loro idea di teatro e questo limita il confronto con analisi e punti di vista differenti».


Chi fa critica teatrale oggi ha gli stessi strumenti culturali e la stessa preparazione di chi la faceva in passato oppure tutto è basato sulla sensibilità e l’interpretazione soggettiva?

«La risposta buona è la seconda. Anche perché la critica illustre (quella dell’Associazione nazionale critici di teatro) in passato aveva una funzione di politica culturale e un potere economico reale che adesso con il web non c’è più. A me più che i colleghi che operano seguendo la propria sensibilità nella lettura di uno spettacolo, preoccupa la nascita di Stage Advisor (una sorta di Trip Advisor per gli spettacoli), con il quale la gente che va a teatro segnala uno spettacolo senza avere gli strumenti critici. Quindi, rispetto alla tua domanda andiamo ancora oltre, cioè andiamo a definire un modello di critica teatrale che cambia completamente le cose. È un aspetto sul quale bisogna ragionare».


Sì, potrebbe significare la soppressione della figura del critico e del giornalista culturale …

«Uno dei frutti del “pensiero breve” è che la gente non ha voglia di perdere tempo a leggere una lunga recensione teatrale, ma desidera un contatto diretto con i protagonisti e un’informazione veloce. Quindi, si fanno soprattutto presentazioni e interviste per dare la parola ai protagonisti dell’evento. In questo modo però il lavoro del giornalista si avvicina sempre più a quello di chi fa promozione, ufficio stampa e marketing. Insomma, la stagione della grande critica teatrale è finita, però la preparazione specialistica serve anche oggi per fare onestamente il proprio mestiere. Con il web tutti possono dire tutto, ma non tutti sono ugualmente preparati».


Se il critico teatrale è un giornalista, deve conoscere anche regole, codici e carte deontologiche. Ma poiché oggi tutti possono esprimere pareri sugli spettacoli, qual è l’etica professionale che vige in questo settore?

«Temo che sul versante della cultura e del teatro l’etica sia più personale che professionale. Credo sia un problema di buona coscienza e probabilmente anche di educazione allo scrivere e alla lettura di un evento. Certo, nel campo culturale è più difficile fare grossi danni dal punto di vista deontologico. E poi la critica è talmente marginale. Secondo me, è necessario operare sulla professionalità dei giornalisti più che richiamare carte e regole, bisogna cercare dei codici di comportamento comuni».

Franca Silvestri

(13 luglio 2015)