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La Rete è una grande risorsa etica: il giornalista digitale può essere uno “stinco di santo”. In un libro-manuale insolito e accattivante Mariagrazia Villa indica 27 virtù fondamentali per comunicare in modo etico e corretto

È architetto e giornalista Mariagrazia Villa. Per vent’anni si è occupata di cultura per Gazzetta di Parma e altre testate della sua città. Poi ha continuato a scrivere come freelance per quotidiani e periodici ed è stata copywriter del Gruppo Barilla. Attualmente insegna Etica dei media all’Università IUSVE di Venezia-Verona e si occupa di comunicazione sociale. Con Dario Flaccovio Editore ha pubblicato il manuale pratico di etica della comunicazione online Il giornalista digitale è uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico. Partendo dal suo libro, siamo entrati fra le pieghe del web e dell’informazione “tradizionale” per rintracciare le qualità morali che dovrebbero avere tutti i giornalisti-comunicatori digitali e “analogici”.

Nella comunicazione digitale l’etica è scomparsa? C’è chi lo afferma. Tu invece sostieni che nella Rete e sui social network l’etica è possibile, che sono il terreno dove coltivarla.
«La Rete è una grande risorsa etica, siamo noi che probabilmente non riusciamo ad abitarla in modo adeguato. Penso che la Rete sia nata su una base democratica ed etica, però la stiamo utilizzando in maniera egoistica, in modo non etico. Credo che i social network, proprio per come sono strutturati (cioè per essere una piazza sociale, un luogo di incontro), se utilizzati diversamente (per questo provo a raccontare queste 27 virtù), potrebbero diventare uno spazio che consente comportamenti moralmente qualificati. A differenza di McLuhan, non credo che “il medium è il messaggio”, bensì “chi comunica è il messaggio”. Non è il mezzo che stiamo utilizzando, ma noi che stiamo comunicando che diamo forma e corpo al messaggio che veicoliamo. Allora domandiamo a noi stessi: cosa sto facendo su Tweeter, su Facebook, su Instagram? Come ci sto? A quali valori morali sto rispondendo? Il tema dell’etica della comunicazione, sia digitale che “analogica”, mi sta molto a cuore».

Le 27 virtù che hai rintracciato possono riguardare tutti i comunicatori. Ma il giornalista nel web, sui social network come dovrebbe comportarsi?
«Il giornalista più di tutti dovrebbe esercitare queste virtù etiche. Credo che mai come oggi, soprattutto in una società democratica, questa professione abbia un grande valore sociale e un grande valore morale. Ho recuperato un termine vecchio come virtù (che deriva dalla tradizione cattolica e prima ancora aristotelica) perché credo che tutti potremmo avere un dispositivo di miglioramento costante e continuo di noi stessi, cioè che dovremmo lavorare su delle “tecnologie del sé” (per dirla con Michel Foucault). Ma soprattutto un giornalista dovrebbe avere una tecnologia del sé prima di entrare in Rete, lui più di tutti, perché ha più responsabilità. E più ha possibilità di scegliere più aumenta la sua responsabilità. Il giornalista è uno stinco di santo (a volte anche un femore), il suo è un mestiere di grande responsabilità (una delle 27 virtù che metto a fuoco) perché, nel momento in cui racconta la realtà, la costruisce per gli altri. Questo lo dovrebbe rendere tanto responsabile, più di tutti gli altri comunicatori, addirittura nella scelta delle parole, delle figure retoriche e per come le va a disporre».

In Occidente le parole etica e deontologia sono spesso intercambiabili. Il differenziale, almeno qui in Italia, è che la deontologia ha in sé un carattere sanzionatorio. Quindi, oltre all’etica, il giornalista ha anche una deontologia professionale da osservare.
«E dovrebbe osservarla. L’etica, in questo caso l’etica della comunicazione, certamente è quella che fornisce i principi su cui il codice si appoggia, ma non ci si può esimere dal rispetto del codice. Assolutamente no. Purtroppo, nel web agiscono persone che vivono la Rete, non solo senza avere un’etica, ma senza nemmeno conoscere le minime norme che permetterebbero loro di comunicare correttamente. Come dire? Soprattutto adesso che tutti “fanno i giornalisti”, è importante ritornare a poter contare su qualcuno che faccia questo mestiere con un codice in mente e un’etica che sottostà al codice».

Di queste 27 virtù quale preferisci?
«Forse la prima: l’ascolto. Penso che più ci esercitiamo all’ascolto, più diventiamo dei soggetti etici. Credo che avere un comportamento morale significhi provare ad ascoltare, non solo noi stessi, ma tutto quello che ci circonda: le persone, il mondo, le situazioni. Purtroppo, tante persone oggi sono autocentrate, ascoltano solo se stesse, ed è per questo che la Rete ci regala molti casi di spacconaggine. Non ne possiamo più: abbasso gli spacconi, basta io, io, io. Torniamo a qualcuno che provi ad ascoltare, perché nell’ascolto si crea un dialogo, nell’ascolto ci può essere una verità da costruire insieme. Altrimenti io avrò l’illusione di avere la mia verità e tu la tua. Partendo dalla filosofia antica ho provato a capire cosa potesse significare diventare delle brave persone. Questi valori-virtù sono importanti: la società civile la costruiamo in modo migliore se tutti ci mettiamo un pezzo. Penso che la virtù non sia un valore statico. È come avere una tecnologia in più, un dispositivo che consente di lavorare su di sé: tutti possono imparare una virtù ed esercitala. E la Rete, così accusata, credo sia uno strumento efficace rispetto all’evoluzione che la coscienza sta facendo in questo momento storico. Ho un’idea molto positiva della Rete, però non la stiamo utilizzando come andrebbe utilizzata. Usciamo dal pregiudizio che le nuove tecnologie o Internet siano sbagliati. Siamo noi che stiamo comunicando: è chi comunica che fa il messaggio, non il mezzo che utilizza».

Franca Silvestri
(7 maggio 2018)

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