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La sanità fa share ma le notizie devono essere date correttamente. Non c’è bisogno di specializzazione, servono soltanto prudenza e chiarezza

“Il rapporto tra informazione e sanità è complicato. È un rapporto sbilanciato perché chi ascolta non ha gli strumenti per capire quanto sia fondato quello che gli viene detto”. Parte di qui l’analisi disincantata di Giancarlo Pizza, presidente dell’Ordine dei medici di Bologna, intervistato a margine del seminario Fpc Comunicare la sanità (4 maggio a Bologna). Un incontro ricco di stimoli e spunti di riflessione, con contributi di interesse (Fabrizio Binacchi, Alessandro Malpelo, Michele Cassetta, Claudio Santini e lo stesso Pizza) che hanno mostrato come vengono trattate le tematiche della medicina nelle varie forme di giornalismo e approfondito la deontologia che regola la materia.

Informazione, sanità, etica professionale, efficacia mediatica. Questi i temi all’orizzonte della chiacchierata con Giancarlo Pizza.


Quanto è difficile comunicare la medicina e le questioni relative alla sanità? I giornalisti sono eticamente pronti a farlo?

«La domanda è semplice e al tempo stesso complessa. Ci sono due versanti: la deontologia del medico e la deontologia del giornalista. L’informazione sanitaria che il medico può dare è strettamente vigilata dal nostro Ordine, perché deve essere comunicata in modo certo, chiaro e soprattutto senza suscitare aspettative che non possono essere soddisfatte. A volte però, anche se il medico si attiene alle norme deontologiche, il modo di comunicare può essere sbagliato e il giornalista può indurre cose che non ci sono nelle affermazioni del medico. Quindi, la difficoltà vera sta nel riuscire a far capire e a farsi capire. Le informazioni vanno date, ma con cautela, in spazi appropriati, senza sollecitare aspettative che rischiano di non essere soddisfatte. Io ho due aspetti: come presidente dell’Ordine dei medici sono il controllore dell’informazione sanitaria, ma come medico devo attenermi strettamente al codice deontologico. In questa veste sono il medico che svolge attività e ricerca e magari deve informare perché è coinvolto dagli organi di stampa».


Scusi se la interrompo. Una preparazione del giornalista non sempre adeguata, la corsa allo scoop e magari qualche carenza etica ritiene possano complicare questo tipo di comunicazione? Carte e codici deontologici possono garantire un’informazione corretta?

«Per quanto attiene il coté medico, oltre al codice deontologico, c’è un controllo preventivo su quello che il medico deve dire. Se deve uscire sui giornali, in televisione, sulla stampa specializzata controlliamo prima e valutiamo se quanto deve essere detto è veritiero e quindi può essere dato come informazione. Poi c’è l’altra parte, quella del giornalista. Non conosco il codice di deontologia dei giornalisti, ma immagino preveda sanzioni. L’Ordine dei medici di Bologna effettua una valutazione preventiva proprio per evitare che il collega si esponga a dire cose che non può dire e rischi poi di essere sanzionato. Per quanto riguarda il giornalista, l’informazione può darla in vario modo e questo dipende dalla sua sensibilità, dalla necessità di lavorare. So che oggi la situazione dei giornalisti è molto complicata. A volte, la speranza di fare uno scoop, di ottenere l’attenzione del direttore o dell’editore possono spingere a “lanciarsi” e questo può essere problematico. Certo, se una notizia data correttamente da un medico viene riportata in modo scorretto dagli organi di informazione, l’Ordine dei medici sollecita l’attenzione dell’Ordine dei giornalisti su quanto è accaduto. Dobbiamo fare attenzione».


Sono più di quarant’anni che svolge la professione medica. In questo arco di tempo è mutato il rapporto con i mezzi di informazione? Oggi, le questioni della medicina come vengono sottoposte all’attenzione della gente? L’informazione è sufficiente? È quella giusta? Viene data bene?


«Di informazione ce n’è troppa. Spesso viene data in modo non corretto, perché foriero di aspettative che non possono essere soddisfatte. D’altra parte il cittadino, il paziente che trova delle informazioni sulla patologia che lo riguarda tende a valutarle oltre la loro portata. Credo ci sia un eccesso di informazione in ambito sanitario, sia sulla carta stampata che in televisione. C’è da dire che la sanità è un argomento che attira molto e quindi le testate televisive e i giornali sono interessati perché fa share. Lo capisco benissimo, però può essere problematico. Quindi, bisogna essere prudenti e capire esattamente come fare».


Che strumenti dovrebbe avere il giornalista per occuparsi nel miglior modo possibile di tematiche mediche?

«Nessuno strumento particolare. Deve solo chiedere, continuare a chiedere e farsi spiegare. Perché spesso il medico non è sufficientemente chiaro e ci sono delle scivolate. Non c’è bisogno della specializzazione, servono soltanto prudenza e chiarezza. Il giornalista deve riportare quello che gli viene detto, non può interpretarlo perché non ha gli strumenti. Certo, può fare delle verifiche, sentire qualche altra fonte, magari rivolgersi all’Ordine dei medici, che ha moltissimi strumenti per valutare. Quindi, prudenza e farsi chiarire per bene quello che viene detto, perché le implicazioni possono essere tantissime».


Buon senso, correttezza professionale, prudenza, chiarezza. Ha sentito parlare di mediaetica? C’è qualcosa di importante che può essere messo in evidenza in un orizzonte di questo tipo?

«Posso dire che il rapporto tra informazione e sanità è un rapporto complicato, proprio perché l’ascoltatore, il fruitore è una persona debole. È un rapporto sbilanciato perché chi ascolta non ha gli strumenti per capire quanto sia fondato quello che gli viene detto. Questo è un grosso problema. In Internet, per esempio, si possono trovare moltissime informazioni, ma nel 90 per cento dei casi sono informazioni spazzatura. Navigare in Internet è come andare in autostrada con una bicicletta quando ci sono degli automezzi molto veloci e potenti che circolano: ci si può fare male. Quindi, bisogna fare attenzione. Il mio suggerimento al giornalista e all’ascoltatore è di fare sempre una verifica in più su quello che viene detto, perché spesso non è tutto oro quello che luccica».


Franca Silvestri

(13 maggio 2015)