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La verità oggi è talmente artificiale e mediata dalle tecnologie che non è più vera-verità ma solo post-verità. Bisogna imparare a muoversi nella gradualità di certezze del mondo contemporaneo

Padre Giovanni Bertuzzi o.p. è direttore del Centro San Domenico e della rivista I Martedì, preside dello Studio Filosofico Domenicano di Bologna, docente e raffinato studioso di filosofia storico-teoretica ma è anche un giornalista attento ai problemi del nostro tempo, pronto a riflettere su evoluzioni, criticità, “tendenze” dell’informazione. Con la vitalità sistematica dei padri domenicani parla di verità e falsità nella comunicazione e del nuovo concetto di post-verità.

Ci sono neologismi che attecchiscono subito e si diffondono velocemente nel tessuto socio-culturale. È il caso della cosiddetta post-verità. San Tommaso d’Aquino, padre nobile e orizzonte filosofico dei domenicani, non ha frequentato questo nuovo concetto, ma ha ragionato in modo profondo sulla verità e sulla corrispondenza tra realtà e intelletto (adaequatio rei et intellectus). Cosa può dire in proposito?
«La definizione che noi domenicani diamo della verità (un po’ smentita dalla cultura moderno-contemporanea) è che la verità consiste nella adeguazione, nella conformazione della nostra conoscenza e del nostro linguaggio con la realtà. Dico linguaggio perché Umberto Eco ha ripreso questa definizione e l’ha riformulata affermando che la verità è la corrispondenza fra quello che diciamo e le cose che sono nel mondo, nella realtà. Filosoficamente si fanno ulteriori distinzioni all’interno della definizione, perché c’è un’adeguazione che indica la relazione che noi stabiliamo con la realtà (che quando è adeguata è vera) ma c’è anche la corrispondenza che le cose hanno con ciò che sono, con la loro natura (una sedia corrisponde alla sua natura se ha le caratteristiche della sedia e se realizza il progetto che l’ha posta). Questa è la definizione della verità da un punto di vista oggettivo, cioè di corrispondenza con la realtà. Però esiste un’altra forma di verità, frutto di un ascolto e quindi del rapporto tra chi parla e chi ascolta, che indica la verità della comunicazione, del linguaggio. Nella comunicazione la verità non consiste solo nella corrispondenza fra ciò che diciamo, pensiamo e la realtà, perché la verità comunicativa è la corrispondenza della nostra conoscenza, del nostro linguaggio alla verità dell’altro. È una verità che va commisurata con chi ascolta, che deve essere adeguata anche alla verità dell’altro».

Allora esistono molte verità. Ma la verità può cambiare a seconda dell’interlocutore che abbiamo di fronte?
«Questa è la dimensione della verità comunicativa, prevista e strutturata già da Aristotele nel libro della Retorica. Per noi, oggi, la retorica riguarda la struttura corretta del linguaggio comunicativo, per Aristotele è soprattutto la struttura della relazione che l’oratore stabilisce con il suo pubblico, nella quale bisogna distinguere tre elementi. Il primo è l’oratore, la sua autenticità, la sua autorevolezza, cioè le condizioni che rendono qualificato il messaggio che comunica. Il secondo elemento è il discorso, il messaggio comunicato. Il terzo è il pubblico. Quindi, l’oratore deve adeguare il suo linguaggio al pubblico, a quello che può recepire, perché il messaggio sia comprensibile e il pubblico sia disposto ad accogliere quanto viene detto. Aristotele non risparmia le componenti psicologiche di questo rapporto: se il pubblico è ben disposto verso l’oratore, allora il messaggio viene accolto, altrimenti può dire anche cose giuste e sacrosante ma non viene ascoltato. C’è anche la componente di simpatia o di antipatia verso chi parla e tutto questo condiziona la percezione. Però, Aristotele sottolinea che il valore di verità del messaggio comunicativo è dato soprattutto dalla struttura del messaggio stesso e indica anche qual è la forma dell’argomentazione che deve avere un ragionamento. Così può distinguere il valore della comunicazione nella sua buona struttura (che è quella fissata dalla retorica) dal messaggio falso (che riguarda la sofistica). Purtroppo, la sofistica usa gli argomenti corretti della logica e della retorica non per comunicare delle notizie vere, ma delle notizie false. E inganna perché apparentemente sembra un ragionamento corretto. Un tipo di argomentazione per sostenere la validità di una affermazione è fare riferimento a un’autorità. Se dico che San Tommaso afferma che la verità è adeguazione della conoscenza con la realtà è un richiamo a un’autorità specifica rispetto al tipo di argomento che stiamo trattando. Se invece sostengo che un certo prodotto è valido perché lo dice anche un tale attore, faccio anche in questo caso un richiamo a un’autorità, ma è un’autorità non specifica del campo trattato. Nella pubblicità è efficace, anche se potrebbe essere ingannevole. Che Nino Manfredi affermi che il caffè Lavazza è buono, perché più lo mandi giù più ti tira su, è una bella pubblicità, efficace, ma non garantisce che il caffè sia realmente buono».

Anche il linguaggio ha una sua verità, ma qui stiamo parlando di un uso del linguaggio che attraverso gli slogan forse conduce lontano dalla verità.
«Quanto ho detto fin qui è per affermare che c’è un’area di validità del linguaggio che ha a che fare con la verità. Perché senza l’uso dei criteri della retorica nessuno può parlare in modo efficace in pubblico o attraverso i mezzi di comunicazione. Il rapporto con la verità dell’altro è una condizione necessaria per poter comunicare con gli altri. È una condizione necessaria ma non sufficiente, perché le regole della retorica possono servire per comunicare la verità ma anche la falsità, per divulgare il bene ma anche per fare del male. È indispensabile chiarirlo. La struttura del linguaggio comunicativo della Retorica di Aristotele, che è data da questi tre elementi (l’autorevolezza di chi comunica un messaggio, la validità del messaggio e la capacità di adesione del ricevente) è la stessa che oggi viene formulata nel campo dell’informatica e della comunicazione dove si distinguono l’emittente di un messaggio, il messaggio-canale e il ricevente. La struttura è la stessa, ma oggi è fondata sulla digitalizzazione e dunque sulla tecnologia contemporanea. La verità però non è affidata soltanto alla struttura del linguaggio, che può essere usata tecnicamente in modo perfetto, efficacissimo anche per comunicare cose false, banali o addirittura nocive».


A chi nulla sa di logica, retorica e sofistica come si fa a spiegare quali sono le differenze più macroscopiche fra queste tre discipline? In altre parole, quali sono gli elementi che aiutano a comprendere se una comunicazione è corretta e veritiera?

«Chi frequenta discipline legate all’informazione (non solo i giornalisti ma anche gli educatori e tutti coloro che studiano in modo accademico le scienze della comunicazione) è invitato a riprendere le argomentazioni sofistiche sviluppate dalla logica antica. Chi invece deve regolarsi nella vita di tutti i giorni (con la cultura dell’uomo della strada) può ugualmente essere attento a non farsi ingannare. Insegnando la critica della conoscenza e quindi il valore della verità noi domenicani sosteniamo che si può avere una garanzia sufficiente di apprendere la verità se si riflette su ciò che si dice e su ciò che si ascolta. La verità non è frutto di un’esperienza immediata, ma di una conoscenza riflessa. Cioè, la conoscenza e il linguaggio sono veri se si riflette sul rapporto che c’è fra quello che diciamo, quello che ascoltiamo e la realtà. E questa riflessione ha bisogno anche di tempo, cosa che manca oggi a tutti noi: siamo bombardati da tante informazioni che recepiamo, ci portiamo dentro e poi magari le usiamo senza averci riflettuto sopra. Però dobbiamo avere almeno delle riserve su quello che ci viene detto. Una notizia deve avere la prova della propria autenticità e i giornalisti devono essere i garanti di questo passaggio. Mi domando: i giornalisti si limitano soltanto a riferire quello che ascoltano oppure vanno a verificare le notizie che devono comunicare agli altri? L’etica giornalistica richiederebbe che se c’è una dichiarazione da parte di un personaggio, il giornalista si mettesse in comunicazione con chi l’ha fatta prima di comunicarla. Se questo non avviene, come si fa a fidarsi di quanto ci viene riferito dalla stampa e dai mezzi di comunicazione?».

È un problema. I giornalisti (come stabilito anche dalle regole che governano la nostra professione) dovrebbero sempre verificare le fonti e veicolare solo verità accertate o quanto meno notizie credute vere (le cosiddette “verità putative”), ma nell’attuale frastuono mediatico, dovuto soprattutto alla diffusione velocissima di notizie attraverso la Rete, tutto si complica. Certo, i giornalisti dovrebbero continuare a essere i garanti dell’autenticità dell’informazione.
«Oltre a questo, perché una conoscenza possa essere fondata, bisogna che sia motivata. E la motivazione è data dall’individuazione della causa, della ragione per cui un fatto avviene o una notizia viene data. Insomma, ci si deve chiedere perché quello che si dice è vero o meno e bisogna risalire alle cause. Nella nostra epoca ipertecnologica quello che conta sono i dati e il numero dei dati, cioè la statistica. Perché una conclusione sia ritenuta vera o una previsione possa essere accolta come fondata ci si basa sui dati. Le previsioni statistiche sono all’ordine del giorno, attualmente l’informatica ha a disposizione un numero incredibile di dati. Secondo me, questo fa parte della post-verità, perché questo tipo di verità non è fondato sul perché le cose avvengono, ma su come avvengono, cioè semplicemente su dati statistici, che non sono la garanzia del perché una cosa è avvenuta o può avvenire. Quindi, si tratta di un tipo di scienza che rimane su un piano superficiale, ma oggi viviamo di questo tipo di informazioni e previsioni. Per cui rischiamo di prendere per certo, per necessario, quello che in realtà è solo probabile. A mio avviso dietro questa cultura della post-verità c’è la cultura della probabilità, dell’opinione, che non è un livello di conoscenza di verità scientifica: è quel tipo di verità che si può avere sul piano della pubblica opinione, ma non della certezza evidente o incontrovertibile».


Se le cose sono solo probabili forse si possono declinare in molti modi. Ma allora qual è la verità? Ognuno può avere la propria?

«Io amo dire che bisogna rispettare i gradi di verità, come i gradi di probabilità. Se si pretende di avere un grado di certezza scientifica nel campo delle opinioni, probabilmente non ci si può neanche alzare da letto la mattina. Invece dobbiamo cercare di vivere in un clima di verità probabile, di verità relativa nelle nostre scelte di tutti i giorni. Ci sono diversi gradi di verità e diversi gradi di certezza. Nel campo del comportamento umano non si possono neanche fare previsioni, ma solo ipotesi, che non possono avere il valore di una previsione scientifica. Ci sono diversi gradi di verità come diversi gradi di certezza e non bisogna eliminare la gradualità, perché la nostra vita si muove dentro questa varietà di forme».


Torniamo all’informazione. Cosa può dire del nuovo concetto di post-verità?

«Adesso si parla anche di post-umano, in relazione alla tecnologia. Nel senso che la tecnologia ci porta a una dimensione di vita che viene definita post-umana, perché è talmente artificiale, talmente poco autodiretta dall’uomo per cui si dice che l’uomo sia incamminato a vivere in una condizione non più umana, ma post-umana. Ecco, il termine post-verità, logicamente, può essere inteso come il fatto che la verità oggi è talmente artificiale, talmente mediata tecnologicamente che non è più possibile dire che sia una vera-verità, ma solo una post-verità. Però, non dobbiamo perdere la fiducia nelle possibilità che l’uomo, in virtù della sua libertà, ha di poter scegliere la verità, di poter tendere ad avere la verità. Perché se partiamo dal presupposto che la verità non esiste, che la sincerità non c’è nella comunicazione con gli altri, allora rendiamo impossibile il linguaggio e la comunicazione. E restano solo un relativismo assoluto e un solipsismo assoluto. Come dire: io ho la mia verità, tu hai la tua e non possiamo fare altro, non possiamo mettere le nostre verità in relazione per poter fare del colloquio quello che dice il termine stesso, cioè trovare un logos comune, una verità comune come risultato di un confronto sincero con la verità dell’altro e la realtà. Perché l’ostacolo al raggiungimento della verità è proprio non verificare che una cosa è vera, ma volere che qualcosa sia vero. Sono i famosi pregiudizi, i preconcetti che falsano gran parte delle opinioni che abbiamo e la comunicazione che ci viene data. Non è l’autenticità, ma la forza, l’efficacia del linguaggio che viene usato. Quindi, bisogna saper riflettere sulle precomprensioni per poi dare una propria valutazione e un proprio giudizio. In campo morale non esiste un bene assoluto ma tutto è relativo a chi lo compie. Nel campo storico e in quello economico, bisogna sempre avere l’avvertenza che quanto è prodotto dall’uomo è frutto della sua libertà e può essere vero come può essere falso. Bisogna imparare a muoversi in questa gradualità di certezze. E quindi, a mio avviso, su questo piano non esiste una vera e propria post-verità, ma una gradualità di verità».

Franca Silvestri

(21 febbraio 2017)