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Lavoro giornalistico, identità professionale, precarietà. Il futuro è dei freelance? Quali profili, diritti, tutele è necessario mettere in campo? Il presidente dell’Odg regionale Giovanni Rossi riflette sullo stato della categoria e sui “nodi critici” del lavoro autonomo

L’analisi del Presidente Giovanni Rossi è uscita in occasione della giornata dedicata all’informazione e al lavoro autonomo nel settore giornalistico, che si è svolta a Bologna il 19 giugno. Una sorta di “freelance day” che ha stimolato riflessioni propositive dei vertici nazionali e regionali dei nostri organismi di categoria (Ordine, Sindacato, Inpgi, Casagit) presenti agli appuntamenti bolognesi: un corso Fpc dell’Ordine e l’Assemblea lavoro autonomo di Aser.

Il nostro sito ha avviato un “dossier lavoro” nella convinzione che non si tratti solo di un tema di carattere sindacale, ma che interpella tutti gli organismi della categoria dei giornalisti, Ordine compreso.
Trattare di lavoro per la categoria dei giornalisti significa occuparsi, oggi, di un tema assai doloroso da una parte e molto complesso dall’altro.
I giornalisti sono stati colpiti dalla crisi generale del Paese e, contemporaneamente, dal collasso del sistema editoriale nonché da un processo di profonda ristrutturazione del mondo del lavoro con una particolare accentuazione nel comparto dei media.
Bastano pochi dati per comprendere le dimensioni del problema: nel corso del 2017 sono “scomparsi” altri 889 posti nel settore del lavoro dipendente. Il nostro Istituto di previdenza ha erogato – sempre nel corso del 2017 – circa 7.000 trattamenti di ammortizzatori sociali (disoccupazione, cassa integrazione guadagni speciale, quote di rimborso derivanti dall’applicazione dei contratti di solidarietà difensiva). Non ho trovato dati più recenti, ma già nel 2015 il 65.5% dei giornalisti italiani in attività non aveva un rapporto di lavoro dipendente e veniva classificato “libero professionista”, una dizione che non rende bene la situazione reale di molti (troppi) colleghi ai quali, spesso anche se non sempre, si addice maggiormente il termine “precario”.
Come affrontare questa situazione che ha l’effetto di indebolire tutti gli organismi della categoria?
Un tema è senz’altro quello legislativo.
In generale, negli ultimi anni, la normativa italiana è stata modificata nel senso di rendere meno forti garanzie e tutele per i lavoratori, a qualsiasi categoria appartengano, quindi giornalisti compresi.
Resta irrisolta la questione dell’equo compenso per i giornalisti autonomi e quanto è pure previsto dai contratti di lavoro giornalistici è inapplicato dalle medesime aziende le cui rappresentanze li hanno sottoscritti. Su questo tema c’è un ruolo da giocare da parte dell’Odg nazionale, che fa parte della Commissione prevista dalla legge allo scopo di definire l’equo compenso.
Lo stesso problema – aperto da tanti anni – di una riforma che modernizzi l’Ordine si lega a questa situazione. La mancanza di un tariffario vincolante per legge (la normativa introdotta nel 1963 non l’ha previsto) rende aleatoria la possibilità per l’Ordine stesso di intervenire in questo campo pur avendo l’Odg la possibilità di esprimere pareri di congruità circa i trattamenti economici quando vi siano contenziosi. Pareri che, data la debolezza dei “lavoratori autonomi” nei confronti dei loro committenti, sono raramente richiesti.
La nuova configurazione del mondo dell’informazione – anche in conseguenza del prepotente irrompere dei media digitali e dell’amplissima area social – spinge ad una assai diffusa commistione di ruoli tra giornalisti e comunicatori. Nascono nuove figure e funzioni che hanno aspetti tipicamente giornalistici, ma non solo, con confini assai labili con le pubbliche relazioni, la promozione aziendale, eccetera. Ne derivano rilevanti ed irrisolti problemi di coerenza rispetto ai dettati (vincolanti) delle nostre regole deontologiche.
Tutto ciò pone forti problemi di ridefinizione della figura del giornalista, specie del professionista, la cui esclusività professionale, nel mondo del lavoro autonomo, è sempre meno vera. In poche parole, per sopravvivere si fa anche “altro”.
Di contro la figura del pubblicista, poi, è stata stravolta da tempo per cui, spesso, l’altra attività prevalente rispetto a quella giornalistica, non esiste o è poca cosa.
Inoltre, il fatto che circa 50.000 iscritti al nostro Ordine siano sconosciuti all’Inpgi, quando la legge (la legge!) impone che chiunque svolga attività giornalistica (esclusiva, prevalente, marginale, dipendente, autonoma) debba essere iscritto o alla Gestione per il lavoro dipendente o a quella per il lavoro autonomo, fa capire come la nostra categoria sia per un verso ipertrofica e dall’altro sia composta da una quota rilevante di persone i cui guadagni sono talmente bassi che si preferisce violare la legge piuttosto che dover rinunciare anche ad una piccola quota da versare all’Inpgi dove, peraltro, non servirebbe ad aprire alcuna reale prospettiva pensionistica dati i penalizzanti meccanismi di calcolo previsti dalle norme. Senza contare coloro che, in realtà, pur essendo iscritti all’Odg, non svolgono più alcuna reale attività giornalistica.
Si tratta di un grumo di problemi sempre più complesso perché non affrontato negli anni, ma mettervi mano è, ormai, urgente. Per l’Ordine significa una riforma di cui il Parlamento ha la piena responsabilità. A noi l’onere di avanzare proposte.
Giovanni Rossi
(23 giugno 2018)

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