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Loris Mazzetti racconta Enzo Biagi. Dirigente Rai, giornalista, autore, scrittore, raffinato analista dei fatti del mondo ricorda con amicizia, entusiasmo e stima profonda l’amato “maestro” e i suoi codici di comportamento, imprescindibili

È scomparso il 6 novembre di dieci anni fa Enzo Biagi, uno dei più grandi giornalisti del ’900 che ha lasciato un segno forte, sincero, indelebile anche nel mondo d’oggi. Lo ricorda con affetto e ammirazione Loris Mazzetti, giornalista, scrittore, docente, regista che di Biagi è stato amico e storico collaboratore alla tv pubblica, in programmi come Il Fatto, Viaggio verso il Duemila, Cara Italia, Giro del mondo, Rt – Rotocalco Televisivo, ma pure in memorabili reportage da varie parti del globo. Mazzetti è stato capostruttura di Rai1 e Rai3, ha lavorato nei tg e realizzato molti programmi di successo, attualmente è nella Direzione Editoriale della stessa Rai. Di recente, con Aliberti Editore ha pubblicato Non perdiamoci di vista: il suo terzo volume su Biagi, dopo quelli editi negli anni scorsi da Rizzoli. Con Enzo Biagi, per tanti anni suo “direttore”, ha girato il mondo e insieme hanno raccontato l’Italia e i suoi complicati “passaggi” politici.

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Enzo Biagi, uno dei più grandi giornalisti italiani, sicuramente il più importante nella storia della televisione. Fu l’inventore in tv con Dicono di Lei (1965) del faccia a faccia.
“Diamo la parola solo a chi ha qualcosa da dire”, era un suo motto.
Non c’è stato nessuno che abbia rinnovato tante volte, attraverso i programmi, il linguaggio della tv a cominciare dal suo Telegiornale del 1961, quando portò in tv due amici, due grandi giornalisti: Indro Montanelli e Giorgio Bocca. Il primo parlò di Trockij, Lenin e Stalin, tabù per l’epoca; la prima inchiesta di Bocca, invece, fu sui preti proprietari terrieri. Nel tg si cominciò usare la parola mafia e per la prima volta la cronaca raccontò dell’esistenza di un paese in Sicilia, il cui nome diventerà famoso: Corleone.
Biagi, con l’esperienza fatta a Epoca, nel 1962, ideò Rt, il primo rotocalco televisivo, da cui nacque Tv7.
Quante trasmissioni di approfondimento giornalistico hanno preso spunto da Linea diretta del 1985, alcune stanno andando ancora in onda con grande successo. Che straordinaria stagione per la Rai e per i telespettatori fu quella: in seconda serata su Rai1 Enzo Biagi con Linea diretta, più o meno alla stessa ora su Rai2 un altro programma che fece la storia della tv: Quelli della notte di Renzo Arbore. Ascolti in parità: trenta per cento di share con oltre due milioni di telespettatori ciascuno. I critici scrissero che le due trasmissioni avevano “operato un clamoroso cambiamento nelle abitudini”, l’ascolto complessivo della Rai in seconda serata era passato dal trentotto per cento al sessanta. La trasmissione di Biagi aveva segnato un record: la più alta percentuale di laureati che si sia mai registrata per un programma tv.
Infine arrivò Il Fatto di Enzo Biagi: nel 1995 andò in onda la prima di otto edizioni.
Di lui Ezio Raimondi scrisse: “Anche Biagi, come tutti i grandi giornalisti, è stato a modo suo diviso tra lo spirito del nomade e quello del pellegrino, ma senza dimenticare le sue radici, tanto che alla fine sembra quasi che l’insieme naturale abbia trovato posto nell’interno della storia”. Era nato in un paese dell’Appennino Tosco-Emiliano, Pianaccio (Lizzano in Belvedere) tra Bologna e Pistoia: lì iniziò la sua storia e lì, dieci anni fa si concluse. Le sue radici lo hanno accompagnato per tutta la vita: era un montanaro schietto, leale, generoso, pacato e esigentissimo, con la schiena sempre dritta. Su quei monti per quattordici mesi fu partigiano nella brigata Giustizia e Libertà, e partigiano lo fu per tutta la vita, anche come giornalista. Diceva: “Bisogna avere un punto di vista altrimenti una storia non la si può raccontare”. Per tutta la vita ha avuto un unico padrone: in tv il telespettatore, nel giornale il lettore. Sempre controcorrente come accadde con il caso Tortora quando scrisse: “E se fosse innocente?”.
Biagi da ragazzo aveva un sogno: fare il giornalista per scoprire il mondo. Era rimasto affascinato da una foto di un illustre inviato speciale, Mino Doletti, con una valigia su cui erano attaccate tante etichette. La prima su quella di Biagi fu di un hotel di Londra, mandato dal Giornale dell’Emilia a raccontare il matrimonio della futura regina Elisabetta II con Filippo duca di Edimburgo. Era il 20 novembre 1947.
Una carriera lunga settant’anni, caratterizzata da grandi successi e storici licenziamenti: Epoca, il Resto del Carlino, la Rai.
“Noi abbiamo amici ma la nostra trasmissione non è amica di nessuno”. “Il nostro programma è anti governativo a prescindere dal colore dell’esecutivo”. Ripeteva continuamente in redazione. Per chi ha avuto la grande fortuna e l’onore di lavorare con lui, queste frasi sono diventate codici di comportamento, imprescindibili.
Sono trascorsi quindici anni dalla chiusura del Fatto di Enzo Biagi (e dal suo allontanamento, dopo quarantun’anni di onorato servizio, dalla tv di Stato, a causa di un editto bulgaro voluto da Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio): la trasmissione che una giuria, interamente composta da critici televisivi, premiò come il miglior programma dei Cinquant’anni della Rai.
Biagi tornò in Rai dall’esilio il 22 aprile 2007, qualche mese prima della sua scomparsa, riproponendo il titolo della sua prima trasmissione: Rt – Rotocalco televisivo.
Altri vinsero battaglie, lui la guerra.
Loris Mazzetti
(28 novembre 2017)
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