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Raccontare i femminicidi in modo sobrio senza dare spazio a “giustificazionismi”. Occorre conoscere e praticare i principi del Manifesto di Venezia

L’omicidio di Elisa Pomarelli ha riacceso prepotentemente, più che altre volte, i fari sulla necessità di usare un linguaggio sobrio quando si racconta un femminicidio sugli organi di informazione. Perché non solo di parole si tratta: ma del messaggio, talvolta anche inconsapevole, che queste veicolano. E che quasi assolvono l’omicida di turno, facendo allusione a chissà quali colpe della vittima. Nel caso di Elisa Pomarelli si è andati pure oltre ai soliti, insopportabili, “raptus”, “omicidio passionale”; termini, peraltro, ascoltati più volte sui tg nazionali. Stavolta, addirittura, il presunto omicida (sempre presunto, ma che ha confessato), è stato descritto come “il gigante buono”, quello che tutti in paese, un comune del piacentino, descrivono come un pezzo di pane, da cui mai e poi mai ci si sarebbe aspettati un simile gesto.
Al di là del diritto di cronaca, che non viene messo in discussione, l’Osservatorio richiama con forza il Manifesto di Venezia del novembre 2017, in particolare laddove scrive che, nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, bisogna evitare:
a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminile;
b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;
c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero “richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;
d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via;
e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona.
Qui il testo completo del Manifesto.
Contestualmente l’Osservatorio raccomanda con convinzione la necessità di frequentare i corsi di formazione in generale, e quelli dedicati a queste tematiche in particolare. Perché nessuno è al riparo dal rischio di cadere in stereotipi che per troppi anni hanno trovato terreno fertile in un sentire comune che ancora adesso vede la donna troppo spesso oggetto.
L’Osservatorio, però, non può neanche ignorare gli insulti e la gogna subita da colleghi che si sono comunque scusati per aver urtato la sensibilità comune. La critica è sempre la benvenuta, ed è anzi doverosa. Ma augurare ogni male a chi, peraltro, appunto, è pronto a mettersi in discussione, è un pessimo esempio di come la violenza, anche “solo” verbale, possa produrre danni a cui è difficile porre rimedio.
Emilia Vitulano
Referente dell’Osservatorio sull’informazione
Consiglio regionale dell’Ordine dei Giornalisti Emilia-Romagna
(12 settembre 2019)
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