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Ricordo e iniziative dell’Ordine regionale nel 75° anniversario della morte di Ezio Cesarini: giornalista antifascista, martire e testimone del suo tempo

27 gennaio 1944: al Poligono di tiro di via Agucchi viene fucilato Ezio Cesarini, redattore del Resto del Carlino. Già rinchiuso nel carcere di San Giovanni in Monte perché antifascista, è condannato come “concorrente morale” nell’uccisione del federale repubblichino di Bologna Eugenio Facchini.
Nel 75° anniversario della morte, l’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna ha deciso di ripercorrere storicamente la vita di Cesarini, che ha lottato con coraggio per la libertà di stampa e l’indipendenza dei giornalisti dalla dittatura nazi-fascista. Una serie di iniziative cercano di farlo conoscere anche come testimone delle vicende storico-politiche di un periodo intenso e tragico (a Bologna e nell’Italia intera) perché la sua vita è un piccolo compendio di storia locale, nazionale e internazionale.
Verrà realizzato un opuscolo sulla ricerca curata da Claudio Santini, memoria storica dell’Ordine, ma anche un’iniziativa in un teatro cittadino dove saranno lette al pubblico lettere di Cesarini intervallate da ricordi sul momento storico che interseca la sua vicenda. Non solo: dopo venticinque anni, la lapide voluta dal Sindacato regionale e collocata al Carlino è stata rintracciata e donata dalla Poligrafici Editoriale ai giornalisti bolognesi. Ora è nella sede dell’Ordine di Strada Maggiore 6 (che già aveva intitolato al collega la sala conferenze con una targa-dedica affissa all’ingresso: “Ezio Cesarini, giornalista, donò la vita per la libertà”) in attesa di essere probabilmente sistemata nella nuova sede del Master in giornalismo dell’Università di Bologna, in Santa Cristina della Fondazza, perché sia visibile a tutta la città.
Di Ezio Cesarini si è parlato stamattina in una conferenza stampa a Palazzo d’Accursio con Matteo Lepore, assessore alla Cultura del Comune di Bologna, Giovanni Rossi, presidente del Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti, Claudio Santini, curatore della ricerca e presidente del Consiglio di disciplina territoriale dell’Odg, Matteo Antonio Naccari del Comitato di redazione del Resto del Carlino. Presenti i parenti di Cesarini, che hanno messo a disposizione documenti, foto, ritagli di giornale e lettere che rivelano particolari inediti sul giornalista, come la lettera del cappellano militare che testimonia i momenti finali della sua vita. In adesione alle iniziative dell’Odg è arrivato anche un messaggio di Guido Bossa, presidente di Ungp di fresca rielezione, che a nome di tutti i giornalisti pensionati italiani esprime compiacimento per il fatto che vengano valorizzate figure come quella di Ezio Cesarini che devono essere di esempio per le nuove generazioni di giornalisti.
Breve scheda biografica cura di Claudio Santini a questo link.
F.S.
(26 gennaio 2019)

Di seguito pubblichiamo un articolo-ricordo di Metello Cesarini, figlio di Ezio nonché redattore e vicedirettore del “Carlino” (scomparso nel 2004), uscito sul n.55 – marzo 2000 del nostro trimestrale cartaceo “Giornalisti”.

Ezio Cesarini un cronista controcorrente Caduto per la Libertà

Vita da giornalista nell’era del fascio

Si fa presto a dire sovversivo – L’obbligo della tessera del PNF – Un formidabile “Cacciatore” di notizie – Il vergognoso processo e il coraggioso tentativo di fuga dal carrozzone sulla via del supplizio – L’ultima lettera alla moglie e ai figli: ” Non voglio vendette” – Un sigaro sempre acceso

Ezio Cesarini giornalista professionista Caduto per la libertà. AI di fuori di ogni tentazione retorica, sempre difficile da schivare quando si affrontano certi argomenti, mio padre per come lo ricordo, aveva della libertà un concetto per così dire molto intimo, al punto da identificarla con la vita stessa, la vita di tutti i giorni intendo.
Veniva da una famiglia numerosa, padre impiegato del Genio Civile, madre maestra elementare e sei figli, quattro femmine e due maschi.
In casa doveva esserci piena libertà di pensiero se mio padre partecipava alle manifestazioni socialiste contro l’entrata in guerra dell’Italia (per questo fu anche processato, condannato a due mesi e schedato come sovversivo) mentre suo fratello Mario, più vecchio di un anno, repubblicano, partiva volontario per il fronte meritandosi sul campo una medaglia d’argento al valor militare. Richiamato alle armi, anche mio padre si comportò da valoroso, fu ferito alle gambe e alla mano destra e perse l’uso di due dita. Congedato a fine guerra, seguì i corsi dell’Umanitaria di Milano, la scuola che preparava i “quadri” del movimento socialista per la cooperazione e il sindacato. Nello stesso periodo scriveva anche articoli politici per la Squilla, il giornale dei giovani socialisti.
Nel ’25 fu assunto al Resto del Carlino come segretario di redazione e nel ’27, in seguito all’obbligo per i giornalisti dell’iscrizione al P.N.F. – pena la perdita del lavoro – prese la tessera (la chiamava la tessera del pane) e fu incaricato della cronaca nera.
Amava Bologna come si ama la terra natale (anche se non era nato qui) e gli piaceva girarla a piedi di giorno e di notte, sotto i portici e nei vicoli, entrare dal barbiere e dal fornaio, dall’edicolante e dal libraio e fermarsi all’osteria dove l’oste mesceva il vino al banco riempiendo il bicchiere sino all’orlo cosi che l’avventore, per portarselo al tavolo, doveva scolmarlo con un lungo e rumoroso risucchio.
In questi giri, mio padre raccoglieva notizie succose, come si dice in gergo, che si aggiungevano a quelle ufficiali della Questura e dei Carabinieri. A detta di tutti era un reporter formidabile, ma questo non bastava ad assicurargli la continuità del lavoro. II suo distaccato atteggiamento nei confronti del P.N.F. avrebbe finito per danneggiarlo. Nel ’33, quando Leandro Arpinati, il capo del fascismo bolognese, è arrestato e mandato al confino, gli arpinatiani vengono emarginati: accusato, non so in base a quali elementi, di essere uno di loro, mio padre è privato della tessera e quindi del lavoro. Per riavere l’una e l’altro va volontario in Africa Orientale.
È uno dei fondatori e dei redattori del giornale di Addis Abeba. Invia a Bologna brevi dispacci sulla vita dei legionari, piccole storie quotidiane di gente lontana da casa; solo nomi, cognomi e fatti del tipo: il capomanipolo tal dei tali sta bene, ha avuto la diarrea ma adesso gli è passata. È andato in perlustrazione e senza sparare un colpo ha catturato un lucertolone lungo 30 centimetri. Qualcuno avrebbe voluto cucinarlo poi è prevalsa la prudenza dettata anche dal ricordo dei buoni sapori di casa: meglio lasciar perdere, del resto il rancio è buono. Il capomanipolo spera di tornare presto. Viva il Duce! Quest’ultima è una precauzione, come mettersi la maglia di lana in una notte d’estate, l’escursione termica laggiù è notevole. Nessun accenno al mito del Littorio per non togliere spazio a ciò che la gente a casa vuole sapere.
Dal canto suo mio padre approfitta della parentesi africana per finire gli studi e prendere il diploma di ragioniere. Tornato a Bologna rià la tessere del fascio e il lavoro.
Ha amici in tutti gli ambienti, persino alla Casa del fascio dove non mette mai piede. Il vice federale Giovanni Marchesini, una persona dalle straordinarie doti umane (non fece parte del partito fascista repubblicano) ha per lui un’ amicizia sincera e il suo studio di avvocato, in via De’ Toschi, è un sicuro punto d’incontro per entrambi: parlano di politica – poco – di lavoro, di giornali, di comuni amici.
A volte, mio padre pare assumere atteggiamenti provocatori che in realtà non lo sono. Non concepisce, per esempio, il fatto di non poter stringere la mano a un vecchio amico, ma l’aberrante realtà è proprio questa.
Il 7 gennaio del '38 in strada Maggiore, a pochi passi dalle Due Torri, incontra Francesco Zanardi il sindaco socialista di Bologna durante la guerra del '15-'18, gli stringe la mano e fa quattro chiacchiere. Il caso vuole che lo veda il federale Alfredo Leati: arrabbiatissimo per tanta audacia (due "sovversivi" che "complottano" su una pubblica strada!) telefona al direttore del Carlino ordinandogli di licenziare il giornalista. Questa la motivazione: "Alle dipendenze di un giornale della Rivoluzione si accompagnava con un elemento notoriamente nemico del Regime". Così Cesarini si trova ancora una volta senza lavoro e con l'angoscia di aver procurato all'amico Zanardi cinque anni di confino.
Ritorna al Carlino un anno dopo, quando gli è restituita la tessera e riprende il suo lavoro di reporter. Al giornale lascia i foglietti con le notizie al giovane Enzo Biagi che li trasforma in deliziosi “pezzi di colore” (così si chiamano in gergo gli articoli di varietà).
E arrivano gli anni di guerra, i bombardamenti, lo sfollamento, il pane e la carne razionati. Chi non ha soldi per il mercato nero soffre la fame. Gli alleati sono già sbarcati in Sicilia, si ascolta Radio Londra per seguire con notizie più affidabili l’andamento della guerra, si corre in cantina quando suona l’allarme.
Il 25 luglio del' 43 il regime fascista cade, Mussolini viene arrestato, Badoglio è il nuovo capo del governo. Il giorno dopo mio padre, alla testa di un gruppo di tipografi del Carlino, tiene un comizio nella piazza grande per inneggiare alla ritrovata libertà. Che dura poco. L'8 settembre del '43 Badoglio firma l'armistizio con gli Alleati e il re col suo governo fugge al Sud. Nel frattempo i tedeschi liberano Mussolini e occupano tutta l'Italia non ancora raggiunta dagli alleati. L'ex duce (ormai nessuno lo chiama più "il Duce" fonda il partito fascista repubblicano e costituisce un governo con sede a Salò sul Garda. Per la gente i fascisti diventano i repubblichini.
Il Carlino riprende le pubblicazioni, Cesarini è fra i pochi che non si presentano per non collaborare con fascisti e tedeschi. Pensa di passare le linee del fronte e di raggiungere il Sud già liberato, ma un tentativo di fuga via mare da Cervia va a vuoto per un contrattempo. E c’è sempre il problema della famiglia: come lasciarla sola senza un soldo?
L’Amministratore del Carlino, Cesare Bondioli (che sarà ucciso dai partigiani nel giorno del primo anniversario della morte di Cesarini) gli fa sapere che la liquidazione é pronta, vada a prenderla. Una trappola mortale: al giornale Cesarini trova i militi della Guardia Nazionale Repubblicana che lo arrestano.
Il carcere di San Giovanni in Monte è pieno di antifascisti. La sera del 26 gennaio ’43 dieci di loro, fra cui mio padre, vengono processati quali autori dell’uccisione del segretario federale del PFR, Eugenio Facchini, freddato quella mattina lungo le scale della mensa universitaria. Nessuno degli imputati è presente al processo, nessuno di loro è a conoscenza del fatto. La sentenza di condanna a morte è inappellabile e deve essere eseguita la mattina del 27 gennaio.
Mio padre ha appena il tempo di scrivere due righe alla moglie. La ringrazia dell’affetto donatogli, la prega di non ricordare ai figli che è stato ucciso e a questi raccomanda di studiare. Termina con un generoso auspicio di pace: “Non voglio vendette”. Durante il trasporto dal carcere al luogo della esecuzione tenta la fuga: benché ammanettato disarma il capo del plotone d’esecuzione, che resta ferito, con una spallata apre il portellone del furgone e si getta sulla strada. Il lancio di una bomba a mano lo stordisce e lo fa cadere. Portato con i compagni sul luogo della esecuzione cade al grido di “Viva l’Italia libera”. Ma prima della scarica si era fatto accendere il sigaro toscano che stringeva fra i denti. Tutti lo conoscevano così, con quel toscano fumante fra le labbra.
Metello Cesarini
Dedico questo ricordo di Ezio Cesarini agli Allievi della Scuola di Giornalismo di Bologna

L’Ordine dei Giornalisti dell’ Emilia e Romagna ha dedicato la sala dei convegni al giornalista bolognese Ezio Cesarini ucciso dai fascisti il 27 gennaio del 1944. Sulla targa posta all’ingresso è incisa la dedica: “Ezio Cesarini, giornalista, donò la vita per la libertà”.

A Ezio Cesarini, riconosciuto partigiano nella Brigata Matteotti di città dal 9-9-’43 al 27-1-’44, è stata conferita alla memoria una medaglia d’argento al valor militare e al suo nome è stata dedicata una strada di Bologna.

Nell’Atrio della sede del Resto del Carlino in via Gramsci, prima, e in via Mattei, dopo, fu murata una lapide con questa epigrafe: “Ezio Cesarini, giornalista, lottò e morÌ perché l’Italia fosse libera. Iniqua sentenza lo trasse davanti al plotone fascista il 27 gennaio 1944. L’Associazione Stampa Emiliana, fiera del suo glorioso Caduto, ricorda con Lui il pubblicista Giovanni Brizzolara vittima dello stesso odio di parte”.
La lapide, rimossa per lavori di restauro nell’ atrio del Carlino, non è stata ancora ricollocata.
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