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I “segreti” di Google e le “meraviglie” della Rete. Per trattare le notizie servono strumenti e linee guida ma è indispensabile anche la giusta attitudine del giornalista

È giornalista freelance Elisabetta Tola, da circa un anno e mezzo collabora con Google News Lab come media training specialist ma ormai da tredici anni gira tutta l’Italia per fare corsi, seminari, workshop. Il giornalismo indipendente e la formazione sono i suoi grandi amori che da sempre coltiva e intreccia in un’intensa attività professionale.
Post-verità, fake news, bufale, pericoli della Rete, sviste e negligenze di chi diffonde informazione costituiscono l’orizzonte della sua “azione scientifica”, ma non sono terreno di riflessioni teoriche o di nuove speculazioni filosofico-deontologiche. Perché Elisabetta Tola si occupa del “lato pratico”: studia gli strumenti per la verifica e l’utilizzo delle fonti e illustra le linee guida che possono aiutare i giornalisti a utilizzare al meglio le attuali tecnologie per svolgere con serenità, competenza, efficacia la professione.

Quali sono le tue radici? Come mai ti occupi di questo versante della comunicazione?
«Vengo da una formazione scientifica. Facevo la ricercatrice, solo più tardi ho deciso di fare la giornalista. Sono laureata in Agraria, ho un PhD in microbiologia che ho conseguito in Irlanda. Tornata in Italia, ho scelto di vivere a Bologna dove ho iniziato il dottorato in Biologia a Scienze e contemporaneamente ho cominciato a collaborare con Radio Città del Capo. Questo mi ha dato la prospettiva di poter fare la giornalista, che da sempre era un mio desiderio. Quindi, ho fatto il Master in Comunicazione della scienza alla Sissa di Trieste, ho lasciato l’università e ho cominciato a lavorare come giornalista pubblicista. Nel 2005 ho fondato una mia agenzia, che si chiama “formicablu”, dentro la quale siamo tutti liberi professionisti. Alcuni di noi svolgono attività giornalistica come freelance, altri fanno attività di comunicazione. Non ci occupiamo di pr o marketing, ma produciamo video per le case editrici a scopo educational, seguiamo progetti di ricerca europei e aiutiamo i ricercatori a fare la comunicazione sui risultati dei loro studi».

Parliamo di quello che fai in questa doppia veste di giornalista freelance e formatrice.
«Sono un’amante del giornalismo freelance, non farei mai la dipendente. Noto una certa chiusura all’interno dei giornali, in particolare di quelli italiani, per questo preferisco starne fuori. Certo, mi piacerebbe fare la giornalista a tempo pieno, però in Italia è molto difficile. Per me è fondamentale la dimensione di autonomia, poter decidere su quali progetti lavorare, in che modo, come metterli in piedi. E questo vuol dire mettere insieme “pezzi” diversi fra cui questo della formazione. Insegno da anni al Master della Sissa di Trieste, ho insegnato al Master in giornalismo di Bologna e in altre Scuole. Per come sono fatta, preferisco mettere insieme vari pezzi piuttosto che stare in una redazione monodimensionale. Penso che il giornalista (per come l’ho immaginato da quando ho pensato di fare questo mestiere e per come voglio farlo io) sia una persona che continua a studiare e ad aggiornarsi in senso vero, che non vuol dire fare un corso ogni tanto, ma essere un analista della realtà in maniera continuativa. Il giornalista deve stare al passo con le trasformazioni del suo tempo. Per me, a un certo punto, è stato naturalissimo immaginare che la Rete con le sue opportunità si stesse aprendo. Non sono un’entusiasta della Rete, penso soltanto che se vivi in una certa epoca devi viverla appieno. Oggi, la Rete è uno degli strumenti più importanti di trasformazione e comunicazione, che ci coadiuvano nell’analisi della realtà. Per questo ho ritenuto utile imparare a usarla al meglio, progressivamente e continuamente. E ho ritenuto altrettanto utile condividere le mie conoscenze con altri, perché nel momento in cui ci lavoro ho bisogno di avere attorno un ecosistema sano di persone che la sappiano usare. Credo che riuscire a costruire una conoscenza collettiva di uso e ragionamento su come quell’ecosistema vada costantemente aggiornato e tenuto sia un buon modo per costruire anche un mondo sano in cui lavorare. E lo confermo perché la mia agenzia “formicablu” è nata con questa idea ed è il risultato di un processo di costante volontà di condivisione».

Allora non è vero che in quest’epoca di pubblicazioni web e telelavoro i giornalisti sono sempre più soli. Che ne pensi?
«Secondo me sono sempre più soli soprattutto in contesti dove sono rimasti attaccati a una modalità tradizionale di lavoro. Comunque, intendevo dire che le esperienze interessanti in questo momento, quelle che mi sembrano aprire delle prospettive, sono spesso esperienze di tipo collettivo. E non è vero solo nel giornalismo. Io vengo dal mondo scientifico e lì lo scienziato che va avanti da solo non c’è più, ormai tutte le più interessanti scoperte sono di consorzi. Forse anche nel giornalismo sta diventando sempre più un modello a cui guardare. Negli ultimi anni, sono nati molti centri di giornalismo di inchiesta: ci sono centri di giornalismo investigativo nei Balcani, ce ne sono alcuni sparsi in giro per l’Europa e tantissimi negli Stati Uniti, anche in Italia ce n’è uno. Sono nati come funghi, ormai sono più di cento. Quelle sono realtà in cui si ha la funzione collettiva di ragionamento sul mestiere, che una volta stava nelle redazioni e che oggi probabilmente non c’è più. È una scommessa, non è detto che sarà la soluzione. Però sta dando una prospettiva piuttosto interessante per un giornalismo di approfondimento. L’altro dato importante è che le cosiddette long form stanno diventando di nuovo un genere di interesse. La mia sensazione è che a volte, soprattutto nel contesto italiano, lo sguardo sia un po’ troppo voltato verso quello che si è perso e poco orientato verso tutto quello che si può ancora costruire».

Forse i giornalisti si ancorano al passato perché utilizzare la Rete in modo corretto non è semplice.
«Il problema di usare bene la Rete nel lavoro giornalistico non è solo italiano. La questione della verifica sistematica delle informazioni è di portata internazionale. Comunque, è vero che ci sono molte più possibilità di fare verifiche o di costruire contenuti che non necessariamente devono seguire i passaggi di verifica classici e dunque si può guardare con più fiducia alla Rete. A me interessa vedere come sono nate queste opportunità. Non credo assolutamente che la soluzione sia algoritmica o tecnologica. Questi sono strumenti fondamentali, utilissimi, ma la soluzione sta nel modo in cui vengono utilizzati: è la tecnologia che viene usata da noi, non il contrario. Il problema è che in Rete spesso siamo portati a leggere i contenuti condivisi sui social prima ancora di verificare chi originariamente ha postato quella notizia. La troviamo su Facebook e non andiamo a vedere qual è la fonte, che pure è esplicitata (c’è sempre il nome del sito da cui proviene), perché l’abitudine diffusa è questa. Purtroppo la conoscenza dello strumento di Rete anche all’interno della categoria dei giornalisti è ancora scarsa. Molti giornalisti non sanno davvero cosa sia la sicurezza online. Dopo avere fatto tanti corsi e avere incontrato centinaia, migliaia di giornalisti nell’ultimo anno e mezzo, posso dire che sono rarissime le persone che controllano di avere le password aggiornate, che verificano le impostazioni dell’account o sanno esattamente con chi e cosa stanno condividendo. Bisogna partire da una capacità di gestione dello strumento, ma credo che ancora si sappia poco».

Da tanti anni tieni corsi per i giornalisti, ma tu come ti sei formata?
«Mi sono formata con la pratica, iniziando a usare gli strumenti e continuando a usarli. Sono curiosa di natura, quando vedo il lavoro degli altri voglio sapere come lo hanno fatto. Normalmente cerco di capire che strumenti hanno usato per realizzare una determinata cosa. Spesso vado a intervistare altri giornalisti per capire come hanno lavorato. Ma in Rete si trova tutto, per sapere come fare una mappa o come mettersi in sicurezza ci sono tonnellate di risorse. E poi nel mondo della Rete esiste una parte importante della comunità umana che veramente crede che quell’ambiente lì sia da proteggere, da costruire. Sono gli sviluppatori, verso i quali io ho un grandissimo debito di riconoscenza. Trovo che siano una delle categorie più utili a un giornalista, proprio perché sviluppano costantemente strumenti, stanno ore e ore a capire come funzionano le cose, le studiano, le modificano. Sono anche molto generosi e spesso aiutano il giornalista a capire come fare. Ovviamente formarsi richiede tempo, però è un tempo positivo perché consente di imparare e di continuare a crescere».

Come mai è iniziata la tua collaborazione con Google?
«Sono arrivata a Google quando ha deciso di aprire il Google News Lab, circa due anni fa. Google News Lab nasce negli Stati Uniti da un piccolo gruppo di persone che fanno da supporto alle redazioni. Capiscono subito che il training è un elemento importante e cominciano a fare formazione, ma capiscono altrettanto velocemente che poche persone non possono toccare tutto il mondo, quindi cercano di costruire un gruppo anche in Europa. Il primo referente europeo di Google News Lab era in Inghilterra, poi hanno deciso di prendere altri collaboratori in Spagna, in Germania, in Italia. Avevano bisogno di qualcuno che conoscesse bene il mondo della Rete e del giornalismo digitale, che fosse in grado di usare gli strumenti di data journalism e di lavorare in inglese. È stata fatta una selezione, ma non sono tanti i giornalisti italiani con queste caratteristiche. Oggi in Italia di data journalist ne conosco forse 15. Quindi, la selezione è avvenuta in un mondo ancora molto piccolo. Quando mi è stata fatta la proposta, ho accettato ben volentieri».

Quali sono i principali strumenti che il giornalista può e dovrebbe usare in Rete?
«Innanzi tutto bisogna usare il motore di ricerca in modo efficace. Il primo strumento è imparare a fare bene la ricerca avanzata inserendo parole chiave. Il giornalista può fare ricerche su materiale archiviato che racconta pezzi di storia. È possibile usare un operatore che consente di andare indietro nel tempo o di localizzare il materiale in un sito ben preciso o di cercare un formato (ad esempio dei rapporti in pdf). La ricerca avanzata è sicuramente il primo strumento perché consente di verificare se un contenuto è originario oppure no. L’altro strumento è sulle immagini: c’è la possibilità di utilizzare la ricerca inversa per immagini. Addirittura, se il giornalista sta navigando dentro Google Crome, col tasto destro ha la possibilità di capire se quell’immagine ha una vita di Rete, se è già stata utilizzata e in quali siti. E questo significa, per esempio, poter escludere che quell’immagine magari trovata su un social sia un’immagine originale. Sono tutte cose verificabili, anche da parte dei giornalisti che non hanno competenze di codice, perché questi sono strumenti di base. Un buon punto di riferimento è anche la piattaforma First Draft. Nel corso degli ultimi due anni c’è stato il tentativo da parte di una coalizione di diversi attori (piattaforme tecnologiche e persone che lavorano nel campo dell’informazione) di ragionare su linee guida, pratiche e strumenti che possono supportare la verifica. Per esempio, in Francia Google ha da poco lanciato insieme a First Draft un progetto che si chiama Cross Check. Giornalisti di varie testate si sono messi insieme e hanno costruito una piattaforma per fare un fact checking sistematico di quello che gira sulle elezioni francesi. Lì la modalità collaborativa è addirittura fra testate. È un esperimento interessante ed è tutto esplicito, molto trasparente. Purtroppo, in Italia ancora non riusciamo a mettere insieme realtà diverse a lavorare».

Questi strumenti che consentono ai giornalisti di fare verifiche incrociate ritieni possano incidere anche sul modo di confezionare l’informazione?
«Il punto fondamentale, per il giornalista ma anche per il lettore, è capire quali sono le fonti che sono state utilizzate, che tipo di operazione è stata fatta in termini di verifiche. L’importante è avere una trasparenza della filiera: sapere chi ha generato quell’informazione, come è stata utilizzata e alla fine, quando il giornalista scrive la notizia, che tipo di confezione ne viene data. Meglio ancora se nell’articolo ci sono i link con le fonti. Penso non sia molto diverso rispetto alle modalità di verifica tradizionali. L’importante è sapersi orientare, avere strumenti che consentano di capire come quell’informazione è arrivata davanti ai nostri occhi, questo è il punto. Da giornalista e da lettrice quello che desidero è avere queste mappe. Poi sta alla mia cultura saperle interpretare».

Franca Silvestri

(4 maggio 2017)
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