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Posts Taggati ‘Focus sul lavoro giornalistico “non dipendente”: freelance o precari?’

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Il Governo dovrebbe aprire un tavolo sull’emergenza occupazione del settore giornalistico. Un’informazione precaria indebolisce la democrazia e crea disuguaglianze nella professione. Inclusione è la parola d’ordine

Raffaele Lorusso è segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi). Da quando è stato eletto, al XXVII Congresso di Chianciano Terme nel gennaio 2015, concilia la professione di quotidianista a Repubblica con un’intensa attività nel Sindacato unico dei giornalisti. In questa chiacchierata mette a fuoco le questioni più nevralgiche della professione e individua criticità e urgenze del cosiddetto “lavoro autonomo”, che ormai in maniera cronica significa precarietà professionale. Si esprime senza eufemismi rispetto allo stato attuale dell’informazione e alla difficile condizione della stampa italiana. Ma non demorde, cerca di agire nel segno del “noi” rispettando il senso profondo della parola sindacato (dal greco, “giustizia insieme”).
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I professionisti dell’informazione, oggi, devono pensarsi prima lavoratori autonomi e poi giornalisti. Ma essere freelance è diventato sinonimo di precarietà. In Italia il 65 percento della categoria ne fa le spese

Giuseppe Lavalle è esperto contabile e revisore legale dei conti, appartiene alla categoria dei dottori commercialisti ma è anche giornalista pubblicista e dedica particolare attenzione alle questioni del lavoro giornalistico “non dipendente”.
Questa conversazione entra nel vivo di alcuni temi affrontati durante il seminario Fpc Lavoro giornalistico tra autonomia e subordinazione: aspetti fiscali e giuslavoristici, un incontro-confronto promosso dall’Odg regionale che, oltre al significativo contributo di Lavalle, ha proposto relazioni, analisi e riflessioni di particolare interesse di Luca Boccaletti, Giovanni Rossi, Michele Campaniello, Pietro Bufano.
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Aziende in affanno chiedono materiale da pubblicare a colleghi sempre più ricattabili perché i posti di lavoro sono pochi e i giornalisti troppi. Del lavoro autonomo si parla in termini molto generici. Bisogna governare il cambiamento e far osservare la Carta di Firenze

Guido Besana è giornalista professionista e lavora a Mediaset, ma da molto tempo intreccia l’attività giornalistica con un impegno intenso negli organismi di categoria. Da 15 anni fa parte della Giunta Esecutiva della Fnsi con incarichi nel Dipartimento Sindacale di cui attualmente è coordinatore. In questa conversazione affronta questioni nevralgiche della professione, senza dimenticare criticità e urgenze del cosiddetto lavoro autonomo. La sua analisi è a tutto campo ma con modestia Besana precisa: «il mio punto di osservazione è abbastanza particolare. Ho presieduto per 12 anni la Commissione contributi e vigilanza dell’Inpgi e lì ho visto uno spaccato della categoria che è difficile poter osservare freddamente da altre angolazioni. Per questo ringrazio il lavoro fenomenale che sta facendo Lsdi (Libertà di Stampa Diritto all’Informazione) con il Rapporto sulla professione di Pino Rea, che sfrutta quella visuale. Ho fatto il manovale delle vertenze per 15 anni, sono andato a fare trattative per redazioni di 2 persone o di 500, ho parlato con colleghi di tutta Italia, di tutte le condizioni. Ho visto molto e ho capito che la verità in tasca non ce l’ho».
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