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L’etica, il dialogo interreligioso e interculturale, le scelte dei politici sono importanti per la difesa del Creato. L’informazione libera è il fondamento delle società democratiche ma va sconfitta la precarietà dei giornalisti

Sua Eccellenza Monsignor Matteo Maria Zuppi è Arcivescovo Metropolita di Bologna ma soprattutto è un sacerdote-antropologo attento ai “misteri della vita quotidiana”. È un Pastore della Chiesa aperto alle sfide del presente, pronto a combattere fragilità, complessità, criticità del nostro essere nel mondo con fede profonda, coraggio e grande desiderio di vicinanza a tutte le persone. In questa preziosa chiacchierata abbiamo analizzato il tema dell’ambiente nelle sue diverse declinazioni ma anche le tante implicazioni dell’informazione nel mondo d’oggi e le difficoltà crescenti dovute all’incertezza del lavoro.

“Culture – Valori – Civiltà”. Si intitola così il dossier inaugurato su Giornalisti web in occasione del Tavolo interreligioso che si è tenuto prima del G7 Ambiente di Bologna (11 e 12 giugno). Un importante momento di confronto fra le principali religioni del mondo dove è stata siglata una Carta dei Valori e delle Azioni sulla custodia del Creato, che proprio lei ha presentato ai ministri il giorno dell’inaugurazione del G7. Com’è andata la consegna della Carta e innanzitutto che valore ha avuto questo incontro?
«Ha avuto due valori, a mio parere. Uno rispetto alla difesa dell’ambiente. L’altro riguardo al rapporto che c’è fra religioni e scelte politiche (in questo caso quelle che riguardano appunto l’ambiente). Che gli esponenti delle principali religioni si siano ritrovati concordi nella difesa dell’ambiente è fondamentale essendo l’unica casa, l’unico pianeta. Un’aspirazione delle religioni è quella di rispettare il dono di Dio che è il Creato. Purtroppo, molte volte le religioni sono identificate come motivi di litigio, ma l’intento di ogni religione è la difesa dell’uomo e dell’ambiente. Il secondo tratto importante della Carta è proprio l’etica, il riferimento a Dio. L’ispirazione religiosa è strettamente unita alla difesa del Creato, perché dà un motivo in più alla scelta di non sfruttare le risorse in maniera consumistica, perché il Creato è un dono e come tale dobbiamo mantenerlo per altri. Quindi i riferimenti etici ci aiutano, ci convincono ulteriormente in una scelta di difesa dell’ambiente».

Le religioni, per quanto siano tutte proiettate verso la difesa del Creato, hanno delle differenze. A suo modo di vedere, è semplice avere un’etica comune?
«Su alcuni temi direi di sì. Questo, per esempio, è un tema su cui le religioni sono concordi, proprio perché hanno un rapporto con il Creatore, con l’entità superiore (per noi Dio creatore) che spinge a non piegare al proprio dominio e al proprio interesse ciò che è dato da Dio. Quando non c’è Dio è più facile che sia al centro l’uomo e quindi anche gli interessi degli uomini e tante volte la logica del consumismo. Per cui che le religioni siano concordi sul tema dell’ambiente, direi di sì. E questo aiuta anche il dialogo interreligioso».

Torniamo al G7 Ambiente. Prima c’è stato il confronto fra gli esponenti delle principali religioni del mondo e poi la consegna della Carta dei Valori e delle Azioni ai ministri riuniti a Bologna. Che significato ha avuto?
«Il momento della consegna è stato un po’ ricordare quello che Papa Francesco ha voluto prima dell’assemblea di Parigi. L’enciclica Laudato sì è stata scritta e pubblicata prima dell’incontro parigino proprio per aiutare le scelte dei responsabili di tutti quanti i paesi. Il documento di Bologna sostanzialmente riprende alcune delle affermazioni della Laudato sì e soprattutto ricorda il ruolo che la fede e l’etica possono avere nelle scelte per l’ambiente. È un’ulteriore spinta perché non si perda questa opportunità e perché i politici sentano la necessità di un rigore personale per non rimandare o non applicare a calcoli opportunistici delle scelte che devono essere libere da qualunque interesse personale».

Il ministro Gian Luca Galletti nel presentare le iniziative bolognesi ha affermato che è necessario parlare di difesa dell’ambiente a 360 gradi. Quindi, anche di degrado umano, disuguaglianze sociali, sprechi, povertà, immigrazione e di tanti altri temi connessi.
«Il problema dell’ambiente non è soltanto un discorso verde. È un discorso di cui capiamo l’importanza perché al centro c’è l’uomo. Quindi, non è solo l’ambiente nell’accezione ecologica, ma è tutto ciò che offende l’uomo, che lo umilia, che impedisce la vita. Tutto questo è importante. Effettivamente la Laudato sì non è sull’ambiente in senso stretto, ma sulla nostra casa comune, sulle regole della nostra casa comune che è il pianeta».

Della nostra casa comune fa parte anche il mondo dell’informazione. Recentemente la Federazione nazionale della stampa italiana ha organizzato un convegno riprendendo tre “parole-sfida” che il Santo Padre ha lanciato ai giornalisti gesuiti di Civiltà Cattolica: inquietudine, incompletezza, immaginazione. La Fnsi ha voluto questo incontro per diverse ragioni ma soprattutto per aprire un confronto fra giornalisti cattolici e laici. Oltre al fondamentale dialogo interreligioso, ritiene sia possibile questo tipo di dialogo?
«Direi che è maturo, anzi. Dal Concilio Vaticano II in tanti modi la Chiesa ha cercato come interlocutori i laici, quelli che Papa Paolo VI chiamava gli uomini di buona volontà. Questa definizione, che è anche evangelica, era il suo modo di rivolgersi a chi non era immediatamente credente. Penso anch’io che sia un discorso molto importante. Del resto, la distinzione fra laici e cattolici non è così netta: si trovano tanti laici che sono cattolici e viceversa. La scelta di Papa Francesco è quella di parlare con tutti. Ma questo non significa confondere o rischiare di relativizzare la nostra identità, perché la nostra identità ci permette di parlare con tutti e quindi di avvicinare tanti laici, di discutere con loro sulle scelte e sulle sfide a cui siamo chiamati».

Papa Francesco ha indirizzato più volte discorsi e sollecitazioni a chi opera nei media. I giornalisti mi pare siano aperti alle parole del Santo Padre (alcuni anni fa un gruppo di freelance gli scrisse addirittura una lettera). Perché l’informazione è importante, è uno dei pilastri della democrazia, ma è anche uno dei problemi forti della nostra società. Purtroppo, molti giornalisti lavorano ormai in uno stato di estrema precarietà. Del lavoro si è occupato recentemente anche il Papa. Lei come vede tutto questo?
«Ha ragione il Papa. Quando l’informazione è troppo condizionata dagli interessi economici e quando il lavoro è precario fino a età adulta, c’è qualcosa che non va. E soprattutto ci può essere un rischio anche per l’informazione stessa, perché è più facile che i detentori del potere o del potere economico possano valersi se i lavoratori dell’informazione sono ricattabili, oggettivamente deboli, perché appunto hanno meno autonomia. E questo varrebbe per tutti quanti i lavori. Il precariato non va bene, perché non significa che hai più posti di lavoro, significa soltanto che ne hai di meno e per di più sei molto condizionato».

Come lei giustamente sottolinea, il problema del lavoro c’è in ogni settore, però quello dell’informazione è andato in crisi già da molto tempo. Oggi ci sono tanti, troppi giornalisti (il 65 per cento degli attivi) che non hanno un lavoro dipendente, che operano come freelance ovvero in condizioni di precarietà e spesso sfruttati.
«È una cosa inaccettabile, a mio modo di vedere, che non fa del bene all’informazione».

Ormai è un anno e mezzo che vive a Bologna. Come si trova in questa città?
«Bene. È stato un anno e mezzo provvidenziale: tutto l’Anno della Misericordia e poi questo mezzo anno del Congresso Eucaristico Diocesano, che si concluderà con la visita di Papa Francesco (il 1° ottobre) che ci aprirà ulteriori piste di lavoro e di cammino. Sono stato molto accompagnato, diciamo così, da questi due regali che hanno contraddistinto i miei primi mesi qui a Bologna. Sento tanto la necessità e anche la gioia di poter guardare avanti, cioè di spendere il grande talento spirituale e umano che c’è nella Chiesa e nella città di Bologna per continuare a guardare il futuro, a costruire il futuro. Certamente la Chiesa cambia e cambierà volto. La toponomastica ecclesiale rischia di diventare vecchia o è già diventata vecchia: per esempio, ci sono dei parroci che hanno cinque, sei, sette parrocchie. È evidente che non è sostenibile. E però, direi che questa è un’opportunità, non una sconfitta. Un’opportunità che il Signore ci dà per cercare di capire la nostra missione e il nostro servizio».

Cosa ha trovato di buono in questa città e quali complessità ha individuato su cui si potrebbe intervenire?
«L’accoglienza, la cultura, il gusto della solidarietà e di garantire meccanismi certi. Sono senz’altro delle caratteristiche positive che mi sembrano ordinarie nella vita di Bologna, un po’ come questi bellissimi portici che proteggono. Dall’altra parte è una città che vive molta paura, che vive la tentazione della chiusura, che vive con la tentazione dei sacchetti di sabbia alla finestra (come cantava un grande bolognese), cioè è una città che guarda impaurita alle sfide a cui si trova di fronte. Credo siano importanti i ruoli della Chiesa e della Città degli uomini. La Chiesa può portare un valore a tutta la Città degli uomini e viceversa. Alla Chiesa fa bene misurarsi con la Città degli uomini che la fa uscire dal chiuso del pensarsi per sé».

C’è un evento che dà prova dell’universalità della Chiesa a Bologna: la discesa in città dal Colle della Guardia della Madonna di San Luca.
«Indubbiamente è un momento di grande identità cittadina, senz’altro. La Madonna di San Luca, anche fisicamente, segnala la città, identifica la città. È proprio l’identificazione più chiara: quando si vede San Luca, si vede Bologna, vuol dire che si è arrivati a Bologna. Questo invita la Chiesa a essere sempre più una madre che mostra quello che Papa Francesco vuole dalla Chiesa italiana, cioè un volto attento, sensibile, vicino, prossimo alle domande della Città degli uomini».

Franca Silvestri

ph Ansa

(24 giugno 2017)
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