Addio a Giuseppe De Petro, il “DePe” del Corriere Padano, voce irregolare del giornalismo piacentino
Giuseppe De Petro, giornalista, editore e direttore del Corriere Padano, è morto a 79 anni. Lo ha portato via una lunga malattia, tenuta nascosta come mai avrebbe fatto con una notizia. Con lui scompare uno dei protagonisti dell’informazione piacentina, mentre resta un’eredità che non può essere dispersa: quella del giornale al quale aveva dedicato oltre quarant’anni della propria vita e che, tra alterne fortune, crisi e passaggi societari, è stato una palestra per generazioni di cronisti e croniste.
Il “DePe”, come gli piaceva firmarsi, era in gran parte questo: il Corriere Padano. «Il suo primo pensiero del mattino era il giornale, l’ultimo suo pensiero della sera era il giornale», ha scritto Antonella Lenti sul quotidiano Libertà. In queste ore in cui si vive un vasto cordoglio per la scomparsa dell’editore e giornalista piacentino, i pensieri vanno al 2023 quando nel quarantesimo anniversario del “Corpad”, De Petro aveva raccontato la sua prima esperienza che fu a Libertà. Era il 1967, studiava all’università e per un’intera estate lavorò nel turno serale, dalle 20 all’una di notte, sostituendo il telefonista, l’addetto alle telescriventi e il correttore di bozze. Un’esperienza che definiva «indimenticabile» e decisiva per la propria formazione editoriale.
Il Corriere Padano arrivò il 26 luglio 1983. Da allora, il “Corpad” attraversò trasformazioni, crisi e numerosi cambi di sede. In quelle stanze passarono molti giovani che cercavano di imparare il mestiere. Alcuni vi rimasero a lungo, altri soltanto per una stagione. Per tutti – compreso chi vi scrive – fu un luogo nel quale misurarsi con la cronaca, la politica, lo sport, gli spettacoli e la cultura, ma anche con la precarietà e le contraddizioni del lavoro giornalistico.
Lenti, nel suo ricordo ha parlato di “redazioni vivaci, animate dalla volontà di costruire un giornale moderno, con titoli forti, sintetici e incisivi”, ispirate dalla “rivoluzione” che portò al settore la grafica e l’approccio nuovi di Repubblica.
Quella spinta portò De Petro a sperimentare anche altre forme editoriali. All’inizio degli anni Novanta nacque Piacentini, rivista patinata di approfondimento sulla società locale. Prima trimestrale e poi mensile, coinvolse nuovi collaboratori e rappresentò una delle stagioni più ambiziose della sua attività.
Il suo rapporto con ciò che costruiva, tuttavia, non fu mai lineare.
Francesca Lombardi, anche lei per quasi vent’anni al Corriere Padano, lo ha ricordato su Piacenzasera.it come un uomo dall’intelligenza non comune, capace di fare bene il proprio mestiere, ma talvolta anche di compromettere ciò che lui stesso aveva realizzato. Un carattere spigoloso, con slanci creativi e cadute difficili da comprendere. È una testimonianza che restituisce la complessità di una figura che non può essere ridotta a una celebrazione rituale. Per Lombardi il giornale fu un lavoro svolto seriamente, una finestra «ampia e ariosa» sulla città e una scuola di quanto sia difficile vivere di un mestiere bello e precario come quello della scrittura.
Anche per chi scrive quella stagione rappresentò un passaggio importante. Ero un giovane cronista, collaboratore coordinato e continuativo, e scrivevo una quantità esagerata di articoli per Libertà quando ricevetti una telefonata di De Petro.
«Sei giovane, ma vedo che scrivi bene e sai cos’è una notizia. Vieni a fare il mio vice al Corriere Padano?».
Fu una stagione breve, travagliata e non semplice, ma intensa. Lavorammo a inchieste sui “cravattari” e sui rapporti opachi tra imprese funebri e figure influenti della sanità privata. Ricordo ancora l’emozione della prima pagina titolata e impaginata da me e quella dei primi editoriali.
Era un periodo nel quale, accanto a Libertà e a La Cronaca, esisteva anche il Corriere Padano: una voce diversa, irregolare, a volte scomoda, ma parte del dibattito pubblico della città.
Quell’esperienza mi fece crescere e creò legami professionali e umani rimasti nel tempo. Tra questi quello con Gianluca Perdoni, grande amico di De Petro e compianto giornalista di straordinaria umanità.
Negli ultimi anni De Petro aveva cominciato a interrogarsi con insistenza sul futuro del proprio patrimonio editoriale. «Non si può disperdere questa esperienza. Non si possono mandare al macero quarant’anni di lavoro di tutti quelli che sono passati per il Corriere Padano», ripeteva.
Aveva pensato alla costituzione di un’associazione alla quale affidare documenti, collezioni e memoria della testata. Un progetto nato ben prima della malattia e diventato con il tempo sempre più urgente. Ora quella volontà rappresenta una responsabilità per il giornalismo e per le istituzioni culturali del territorio.
Giuseppe De Petro lascia una storia complessa, fatta di intuizioni, ostinazione, contraddizioni e ripartenze. Un modo di stare dentro la città, di osservarla, provocarla e provare a scuoterla dai suoi torpori.
Ciao Giuseppe. Grazie per avere creduto in me quando, forse, non ci credevo ancora abbastanza. Quello che ci hai lasciato non si può disperdere.
Mattia Motta
Dal 2001 Giuseppe De Petro era iscritto all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, che si unisce al cordoglio di familiari, amici, colleghi e formula sentite condoglianze.
ph da Quotidiano Piacenza Online
(30 giugno 2026)