Compleanno con Medaglia presidenziale e convegno in Senato per GiULiA Giornaliste
Medaglia d’onore per GiULiA (Giornaliste Unite Libere Autonome), che in occasione del 15esimo anniversario ha ricevuto il riconoscimento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un conferimento importante e prestigioso, di compendio al convegno celebrativo dedicato ai diritti sotto attacco delle donne che si è svolto il 28 settembre scorso in Senato a Roma. Abbiamo parlato di questi eventi e del percorso dell’Associazione con Serena Bersani, presidente di GiULiA e consigliera-tesoriera dell’Ordine dei Giornalisti Emilia-Romagna.

Quindici anni di impegno civile e deontologico, di battaglie culturali e professionali per un giornalismo capace di raccontare il mondo senza stereotipi, orientato a difendere i principi costituzionali di uguaglianza e libertà. Cosa puoi dire del tragitto di GiULiA, che ha avuto anche l’alto riconoscimento del Capo dello Stato?
«Quindici anni sembrano pochi, e lo sono oggettivamente, ma in questo poco tempo sono cambiate molte cose. In meglio. Poi è chiaro che siamo solo all’inizio di un cammino che si prospetta lunghissimo. Come dico sempre, veniamo da oltre duemila anni di cultura patriarcale e quindi non possiamo pensare di cambiare la nostra (di uomini e di donne) mentalità in un tempo breve, anche se oggi i cambiamenti corrono velocissimi. Quando è nata l’associazione GiULiA, quindici anni fa, un gruppo ristretto di giornaliste si era trovato a condividere un malessere che era di tante di noi. Devo dire che a fare da aggregatore e luogo di scambio di questo disagio fu il sindacato dei giornalisti, nel quale erano attive un po’ tutte le componenti del gruppo originario. Gli incontri con colleghi di altre regioni a margine di congressi, commissioni, riunioni servirono per condividere idee e consolidare opinioni. Per quanto mi riguarda, ma credo fosse sentimento comune, percepivo sempre di più e con fastidio che una metà di mondo, quello delle donne, non veniva raccontato adeguatamente dai mezzi d’informazione. E questo perché un giornalista, per potere raccontare, ha necessità di vedere e almeno di riconoscere, se non di capire, quello che vede. Le donne, invece, spesso non venivano proprio viste e tanto meno riconosciute. Per questo non potevano essere raccontate in maniera obiettiva e senza pregiudizi, ma solo come figurine stereotipate, personaggi, non persone. Da ciò è nata la consapevolezza che per cambiare rotta bisognasse partire dal linguaggio, banalmente dalla grammatica insegnata in terza elementare, declinando al femminile cariche e professioni e usando correttamente articoli e pronomi. Lo sentivo sulla mia pelle, essendo all’epoca presidente dell’Aser e venendo spesso chiamata al maschile e, quindi, non riconosciuta. Sappiamo quanto è forte il potere performativo del linguaggio (“in principio era il Verbo”, si leggeva già nel Vangelo di San Giovanni) e che tutto ciò che non si nomina non esiste. Noi giornaliste di GiULiA volevamo esistere, essere viste e riconosciute. E volevamo che lo stesso principio venisse applicato a tutte le altre donne».
L’associazione è nata con l’obiettivo di promuovere pari opportunità per le giornaliste e una rappresentazione non stereotipata delle donne nel sistema dei media. Ha lavorato soprattutto sul rapporto tra linguaggio, potere e realtà. Quanto ritieni sia riuscita a modificare pratiche, parole e modalità di racconto?
«Più di quanto pensassi all’inizio. E ciò è accaduto, forse, proprio in virtù del fatto che abbiamo sempre ritenuto non si dovesse essere impositive, ma occorresse costruire un percorso culturale in grado di far comprendere l’importanza del racconto di genere corretto. Quindici anni fa, quando si parlava di femminicidio molti colleghi insorgevano sostenendo che era una parola cacofonica, brutta, inutile. E invece non era affatto inutile perché, grazie a essa, era possibile esprimere un concetto più articolato dell’uccisione di una persona da parte di un’altra. Con una sola parola si esplicitava il genere della vittima e dell’autore del gesto, ma si raccontava anche che cosa era successo e perché. Nemmeno troppo lentamente questa parola è entrata nel discorso pubblico, tant’è che il dizionario della Treccani l’ha scelta come parola dell’anno 2023 e, proprio in queste settimane, scopriamo che “femminicidio” è il neologismo più ricercato sui motori di ricerca nel 2026. C’è poco da gioire, ovvio, perché significa che il fenomeno è quanto mai immanente. Un po’ alla volta, quindi, il linguaggio corretto passa. Quando non accade è per lo più per motivi ideologici, a costo di disconoscere le regole della grammatica, cioè i nostri strumenti di lavoro, visto che siamo giornaliste/i».
Nel settore dell’informazione la presenza femminile cresce, ma resta il divario su retribuzioni e ruoli professionali. Cosa ha fatto e ancora può fare GiULiA per cercare di cancellare le disuguaglianze “di carriera” fra giornalisti e giornaliste?
«In Senato abbiamo presentato una ricerca che avevamo richiesto all’Inps e i cui risultati non ci stupiscono affatto. È sotto gli occhi di tutti che, nel giornalismo, la carriera delle donne si arena in un imbuto strettissimo, alla cui estremità arrivano pochissime. I dati ci dicono invece che tra gli under 30 le giornaliste guadagnano qualcosa di più dei colleghi, ma credo sia da interpretare come la fotografia di una partenza alla pari (lo stipendio di un praticante è uguale per tutte/i) e poi un arenarsi delle donne nei ruoli intermedi. Le direttrici e condirettrici nei quotidiani si contano ancora sulle dita di una mano. Quando l’agenda è dettata in prevalenza, o in esclusiva, dallo sguardo maschile non è più solo una questione di carriera e di stipendio ma di rappresentazione monca e talora falsata della realtà».

Una tappa di rilievo nella storia dell’Associazione è il Manifesto di Venezia, presentato il 25 novembre 2017 al Teatro La Fenice, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Quali sono i precedenti del documento? Quale è stato e ancora è il valore etico, deontologico, sociale, politico del Manifesto?
«Il prossimo 27 novembre torneremo alla Fenice per iniziare le celebrazioni del decennale del Manifesto, che si concluderanno il prossimo anno. Quel documento, voluto fortemente da GiULiA Giornaliste e nato grazie all’impegno della Cpo Fnsi e degli altri organismi di categoria, ha segnato un punto di svolta, è stato lo strumento che ha permesso una riflessione profonda portando all’inserimento, dopo quasi sessant’anni dalla legge istitutiva dell’Ordine, di norme che sono state codificate: prima nell’articolo 5 bis del Testo Unico dei doveri del giornalista, poi nell’articolo 13 del Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti in vigore dal 1° giugno 2025. Alle spalle del Manifesto di Venezia c’era la Convenzione di Istanbul, ma anche tante riflessioni all’interno di un’associazione come GiULiA e delle Commissioni pari opportunità degli organismi di categoria. Un circolare di idee molto produttivo in gruppi come il nostro che conta oggi centinaia di giornaliste in tutta Italia».
Per GiULiA il giornalismo non è soltanto una professione, ma una forma di responsabilità pubblica. Quanto può cambiare la società cambiando il modo in cui la raccontiamo?
«Credo debba essere così per tutte/i coloro che esercitano questa professione. A maggior ragione per chi, aderendo a un’associazione come la nostra, condivide un manifesto d’intenti che non solo si impegna a eliminare gli squilibri di genere nel mondo dell’informazione, ma intende far passare nel discorso pubblico concetti forse un po’ fané quali l’inclusione e la non discriminazione. Non credo che queste siano da considerare battaglie di retroguardia, visto che sono ispirate ai princìpi democratici e antifascisti della nostra Costituzione. Chi svolge questa professione ha un’enorme responsabilità sul piano sociale. GiULiA cerca di farci riflettere e mantenerci vigili perché non ce ne dimentichiamo».
Franca Silvestri
ph Matteo Nardone da giulia.globalist.it
(8 ottobre 2026)