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Il Natale solidale di Piazza Grande. Il racconto e i “regali” di Roberto Morgantini

Era il 1993 quando un pugno di sognatori decise di dare il via all’esperienza di Piazza Grande. Il nome faceva eco a una famosa canzone di Lucio Dalla, uno dei principali fiancheggiatori del progetto. Lo sfondo era quello della città di Bologna, la finalità molto precisa: dare corpo e sostanza al valore della solidarietà.
Piazza Grande, infatti, era il mensile dei senzatetto, di quelle persone che, in un modo o nell’altro, erano finite ai margini della società. Ventidue anni fa non erano moltissimi, oggi, in un’epoca sferzata dalla crisi economica, sono cresciuti in misura spaventosa, diventando una vera e propria emergenza sociale.

L’anima di questo progetto editoriale così “sui generis” era ed è ancora Roberto Morgantini, un bolognese che ha fatto una scelta di campo ben precisa, quella di essere sempre dalla parte degli ultimi.
Nel frattempo il mensile è diventato grande, fino ad arrivare alle attuali quattromila copie di tiratura, mentre all’edizione di Bologna si è aggiunta quella di Reggio Emilia, ideale testa di ponte per puntare alla diffusione anche in altre province dell’Emilia-Romagna.
E quello di quest’anno per Piazza Grande è il primo Natale da quando è stato lanciato un altro servizio a favore dei senzatetto, dei poveri e delle persone sole, le Cucine popolari di via del Battiferro 2, prima periferia del capoluogo emiliano. Insomma, l’ennesimo sogno del vulcanico Morgantini si è trasformato in realtà, in questo caso grazie a una modalità davvero originale: i fondi raccolti sono il frutto della sua lista di nozze.
«Sì, mi sono sposato il 27 giugno scorso e la mia lista di nozze era mirata al progetto delle Cucine popolari. La risposta è stata davvero eccezionale: abbiamo raccolto 60mila euro, ben al di là delle nostre previsioni. Non c’è stato un euro di finanziamento pubblico, è arrivato tutto da soggetti privati. Pensate che le Cucine popolari hanno aperto i battenti già il 21 luglio, quindi a meno di un mese di distanza dal mio matrimonio. È una struttura che funziona come mensa, che ben presto è diventata il punto di ritrovo e di incontro di moltissime persone. Quindi non soltanto una mensa, ma anche un luogo dove puoi vedere te stesso nell’altro e dove la solidarietà si impone come stile di vita. È gestita da una quarantina di volontari che fanno capo a una società denominata Civibò, nata da una costola di Piazza Grande».

Com’è l’atmosfera a Bologna in questo Natale 2015?
«C’è forse maggiore tristezza che in passato. Ci sono meno luci, c’è meno sfarzo. Il centro storico è ancora illuminato ma c’è una parte di città che rimane al buio. Le problematiche sono tante. C’è ancora molto da fare per le associazioni, come la nostra, che si occupano dei più deboli. Quello che più conta è che il valore della solidarietà riesca sempre a emergere e soprattutto è importante mettersi all’ascolto, conoscere, imparare le storie e le cause che stanno alle loro spalle. Dobbiamo tutti quanti fare un salto di qualità e iniziare a parlare con i poveri, non solo a parlarne».

Sono sempre molti gli italiani che accedono ai vostri servizi?
«Il 50 per cento di chi si rivolge a noi è di nazionalità italiana. Vengono con pudore, con dignità, ma purtroppo non possono farne a meno. Sono vittime di questa paurosa crisi economica che non accenna a finire».

Il nemico, però, non è solo la miseria.
«È vero. Il problema non è solo la mancanza di risorse economiche e di cibo, ma anche la solitudine, la mancanza di relazioni sociali. Noi, infatti, alla gente di buona volontà non chiediamo soltanto delle offerte economiche, ma anche un sorriso e un pò di affetto per chi è totalmente solo. In questo senso abbiamo molta fiducia nel nuovo arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, che ha già lanciato appelli alla città per contrastare il triste fenomeno della solitudine».

Piazza Grande, comunque, non si ferma nemmeno per Natale.
«Noi siamo in servizio permanente effettivo. Ed è proprio in questo periodo, in cui si avverte maggiormente il peso della solitudine, che la nostra attività si intensifica. Organizziamo, come tutti gli anni, pranzi, cene e altri momenti conviviali rivolti ai poveri e alle persone sole. È un modo efficace per farle sentire meno sole».

Qual è il progetto, la realizzazione, l’attività di cui si sente più orgoglioso?
«È la nascita di nuove relazioni, il saluto per strada, la stretta di mano, il riconoscimento nient’affatto scontato della nostra attività. È lo scambio, la fiducia che arriva dalle persone che credono nella solidarietà, nell’apertura verso l’altro».

Da più di vent’anni realizzate un giornale, Piazza Grande. Qual è, a suo avviso, il ruolo che può svolgere l’informazione per sensibilizzare l’opinione pubblica di fronte ai fenomeni della povertà e dell’emarginazione sociale?
«I mass media hanno una grande responsabilità sociale e, per questo, possono svolgere un ruolo di primaria importanza. Io ci credo, lo dimostra l’impegno con cui curiamo la nostra rivista. L’informazione è un valore che può dare valore a tante altre cose».


E se qualcuno, in questo Natale 2015, vuole farvi un regalo ha un’opportunità in più.

«Sì, è infatti possibile acquistare un volume in cartone, edito da Pendragon, che abbiamo preparato per questa ricorrenza natalizia. Si tratta, in termini concreti, di una raccolta di racconti scritti da penne famose come Stefano Benni, Alessandro Bergonzoni, Pino Cacucci, Carlo Lucarelli, Moni Ovadia, Michele Serra, Valerio Varesi e altri. Ci sono anche contributi di altro tipo, come quelli offerti dai carcerati, dai senza fissa dimora, ma anche dagli orfani di Tuzla. Abbiamo preso spunto dai cartoneros, i diseredati sudamericani che raccolgono i cartoni. Gli acquisti si possono fare fino al 10 gennaio presso gli uffici Tper di via Rizzoli 1, a Bologna, dalle 11 alle 19. In questo caso i regali diventano due, alla persona cara e ai bisognosi».

E lei, personalmente, che regalo vorrebbe ricevere?
«Ho un grande desiderio, quello che tutti ne possano avere uno. I sogni, d’altronde, nascono dai desideri. E anche il progetto di Piazza Grande, non lo dimentichiamo, è nato da un sogno».

Antonio Farnè

(21 dicembre 2015)