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Un Cardinale, una Città. Sua Eminenza Matteo Maria Zuppi nel tessuto culturale di Bologna

Arcivescovo metropolita felsineo dal 12 dicembre 2015, Cardinale (creato da Papa Francesco) dal 5 ottobre 2019, “Don Matteo” ha radici romane. Nella Capitale ha ricoperto importanti incarichi ecclesiali e condiviso le sorti della “gente di periferia”: a Trastevere, nella dinamica Comunità di Sant’Egidio, nelle parrocchie più popolose della diocesi pontificia. È arrivato a Bologna portando con sé l’energia, la forza, l’impegno vivo, l’allegria delicata e profonda del Pastore. In breve tempo ha aperto le porte della Città di Dio alla Città degli uomini e avviato un dialogo autentico con tutti: esponenti di altre religioni, poveri, ricchi, istituzioni, credenti e non credenti. Sua Eminenza Matteo Maria Zuppi è un Cardinale Arcivescovo attento ai problemi della città, sempre vicino alle persone, desideroso di infondere speranza con spirito di amicizia. Durante il periodo di lockdown per emergenza Coronavirus è entrato nella difficile quotidianità dei bolognesi con un’incisiva “comunicazione pastorale mediale”.

Eminenza, nel suo recente libro “Odierai il prossimo tuo” c’è un capitolo dedicato a Bologna, che lei definisce “la mia città” oppure “la nostra Bologna, che ormai sento come casa mia”. Vive qui da quasi cinque anni e ha intrecciato numerosi rapporti con persone, istituzioni, realtà della vita civile cittadina. Che analisi può fare di questo arco temporale?

«Anzitutto è un arco di tempo non lungo, ma nemmeno breve, che è volato, come quando si vive un rapporto intenso con una persona. Il tempo si raccorcia, ne sembra passato poco ma in realtà è tanto, perché è pieno di sollecitazioni, incontri, riflessioni, stimoli, di momenti importanti vissuti insieme. Direi che questi anni sono davvero volati. L’altra considerazione è sul mio pensare Bologna come la mia o la nostra città. Ovviamente fa parte del vocabolario episcopale: il Vescovo, anche se non è nativo o proveniente dalla città, nella semantica se ne appropria. Ma non è soltanto una questione di stile ecclesiastico, comunque importante e significativo, è veramente il sentirsi parte di una realtà così coinvolgente, così prendente e varia come è quella di Bologna. La forza di questa città è far sentire a casa e coinvolgere nella costruzione di una casa comune nella quale si è accolti e si accoglie. È una grande caratteristica della città, che si distingue per questa rete, per la capacità di relazione e di incrocio. Bologna è un crocevia: lo è toponomasticamente, nella collocazione geografica, ma anche nelle relazioni umane. Credo che questo capitale debba allargarsi. È la sfida del futuro, di un mondo che entra sempre più nel nostro ordinario. E qui c’è il problema di essere nella propria identità, aperta, della capacità di far entrare il mondo nella propria identità senza perderla. È una grande sfida».

Quest’anno è contrassegnato dal Covid-19, un nemico invisibile che ha messo in scacco tutta la popolazione evidenziando criticità e punti di forza. Quanto ha appena affermato a proposito di Bologna focalizza aspetti positivi. Ma in “Odierai il prossimo” tuo lei parla anche di “un Paese incattivito, dove i rapporti e la comunicazione sono dominati dall’aggressività” e da un “individualismo sfrenato”, dove le paure alimentano l’ostilità, l’intolleranza, l’odio: “un sentimento che ci disumanizza e ci condanna alla solitudine”. Il momento particolare che stiamo vivendo a causa del virus ha accentuato maggiormente le positività o gli aspetti negativi?

«Uguale. Sempre nelle prove si prova, cioè si verifica chi siamo e quello che abbiamo. Le prove sono impietose, perché sono come una grande istantanea, come una lente di ingrandimento, come un liquido di contrasto che permette di capire le debolezze e le forze. Per cui, indubbiamente c’è stata la paura che ha bloccato tanto incattivimento, che però facilmente riesplode e si manifesta in molti modi: nella violenza verso gli altri, nel senso di rivalsa. Il segnale positivo più importante e anche incoraggiante è invece la consapevolezza che soltanto insieme si può uscire dalle difficoltà. È significativa la frase-immagine “siamo sulla stessa barca”, che abbiamo utilizzato anche nel documento firmato qui a Bologna insieme al Rabbino Alberto Sermoneta e al Presidente dell’Ucoii Yassine Lafram. Noi l’avevamo presa pensando a Noè e a questo diluvio che è il virus, la pandemia, che permette di accorgersi che il diluvio non fa distinzioni: siamo davvero nella stessa barca e soltanto insieme possiamo contrastarlo. Papa Francesco ha utilizzato questa espressione facendo riferimento al bellissimo racconto evangelico della “tempesta sedata” che dice “siamo nella stessa barca”. Ecco, a mio parere, la consapevolezza prevalente è che tutti dobbiamo aiutarci, che pensare di cavarsela da soli è illusorio. Quindi, dobbiamo aiutare ed essere aiutati e ognuno diventa anche più responsabile di se stesso e degli altri. Come per il contagio dobbiamo controllare noi e controllare gli altri, ma in senso positivo, non difensivo, perché soltanto insieme possiamo farcela».

Restiamo sulle responsabilità e sugli “incroci” cittadini. Anche con l’Ordine regionale dei giornalisti non sono mancate occasioni di collaborazione e confronto. Spesso ha partecipato a seminari di formazione dell’OdG, a conferenze su diritto, informazione, nuovi linguaggi e modelli di comunicazione. Nell’attuale contesto mediatico che importanza hanno l’etica, la deontologia e la responsabilità dei giornalisti?

«Un’importanza determinante. L’etica del giornalista deve favorire un uso attento dell’informazione, soprattutto di quella digitale, e il discernimento per contrastare le fake news. Perché c’è la casualità ma anche la scelta, la determinazione di confondere, di inquinare con le fake news. A maggior ragione, il livello di etica dei giornalisti deve permettere una distinzione chiara fra le notizie e le false notizie. Se il giornalismo stesso diventa veicolo di fake news, le utilizza, usa le stesse modalità, non soltanto inquina ma non permette alle persone di orientarsi in un mondo, in un mare complicato quale è quello dell’informazione digitale. Il giornalista faccia davvero il giornalista, senza nessuna tentazione, senza nessuna commistione con la logica delle fake news. Perché non è soltanto la notizia, ma la logica che produce e fa vendere la notizia che deve essere assolutamente al di sopra. Quindi, occorre un’etica ancora più rigorosa».

Suo padre era giornalista. Pensa che il giornalismo di ieri e quello di oggi, molto proiettato sul digitale e sempre più condizionato dalla comunicazione transmediale, abbiano tratti comuni? In altre parole, il termine giornalista identifica sempre allo stesso modo chi fa informazione?

«Sì, con più fatica però, perché c’è stata una dilatazione. Credo che la fatica dell’Ordine, oggi, sia cercare di evitare che la dilatazione significhi anche abbassamento del rigore, della precisione e dell’ufficialità della notizia, di quell’etica di cui parlavamo. Le sollecitazioni, le opportunità sono aumentate a dismisura e non è semplice definire che cos’è una news. Prima gli organi preposti alle news erano alcuni, oggi sono davvero tanti e, per certi versi, possono comunicare in modo molto più dilatato. Quindi, a maggior ragione, credo che il giornalista e l’Ordine dei giornalisti debbano difendere la propria professionalità».

Durante il periodo di lockdown, la Curia bolognese e il suo Vescovo sono stati vicini alla cittadinanza. Il nuovo sito www.chiesadibologna.it e la collaborazione con emittenti televisive locali hanno permesso di realizzare un singolare percorso comunicativo che, tra l’altro, ha portato nelle case le celebrazioni di Pasqua e una toccante via Crucis, la discesa silenziosa e l’insolita risalita della Beata Vergine di San Luca. Si può affermare che dalla difficile contingenza sia nata una sorta di pastorale mediale?

«Forse è meglio dire una pastorale che usa lo strumento mediale. Credo che la pastorale non sarà mai medializzata. Lo strumento mediale è un’opportunità davvero molto importante, per il tipo di linguaggio e di comunicazione, ma deve aiutare la fisicità e non sostituirla. I legami, le relazioni, la vicinanza degli uni agli altri non sono mai virtuali».

Comunque, quegli eventi sono stati seguiti da molti bolognesi, credenti e non credenti, ed è stata realizzata una comunicazione un po’ diversa, nuova. Che importanza hanno avuto gli intrecci con l’informazione giornalistica in senso stretto?

«Sono stati fondamentali perché hanno manifestato un legame più forte dell’isolamento e hanno intercettato un desiderio, una domanda non solo degli osservanti o di coloro che avevano abitualmente legami con la Chiesa. Credo che sia una indicazione importante anche per il futuro. Perché in questo modo la Chiesa è uscita, si è accorta che deve parlare a tutti e si è ritrovata a rivolgersi a chiunque: credenti e non credenti hanno intercettato le tante catechesi, i tanti modi con cui la Chiesa ha parlato. Credo che sia molto, molto importante».

Concludo con un quesito proposto dal Presidente dell’OdG regionale Giovanni Rossi. Qual è il suo giudizio sul “giornalismo all’epoca del Coronavirus”?

«Purtroppo non ho minimamente i termini dell’informazione televisiva, perché non la seguo, non ho proprio la televisione fisicamente. Posso dare un giudizio sulla carta stampata. Direi che molte riflessioni che ho letto sono state importanti per dare una chiave di lettura a quello che stava accadendo. Ma anche per mantenere tanta umanità in quello che avveniva, per aiutare ad affrontarlo con quell’umanesimo che è fondamentale ed è una componente tanto importante nella nostra vita e nel nostro Paese. Sì, certamente della carta stampata direi questo».

Chiudiamo davvero con uno sguardo sul futuro.

«Nel futuro non dobbiamo perdere il senso di questo cambiamento causato dalla pandemia, questa grande consapevolezza che abbiamo acquisito, che deve aiutarci a scegliere con più determinazione che cosa vogliamo essere, che Città degli uomini vogliamo costruire, che forza vogliamo cercare per difendere la vita delle persone».

Franca Silvestri

(14 luglio 2020)