Commemorazione di Claudio Santini al CNOG. Il ricordo del consigliere nazionale Lorenzo Sani del 30 marzo 2026
Claudio Santini, presidente del Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Emilia-Romagna dal 2014 fino al 2025, già presidente dell’Ordine regionale dal 1995 al 2004, è stato Consigliere nazionale dal 2004 al 2007, facendo parte dell’Esecutivo e della Commissione cultura.
Ci ha lasciato mercoledì scorso all’età di 89 anni, dedicandosi alla nostra professione, è il caso di sottolinearlo, fino all’ultimo giorno di vita. Dall’ospedale, il 10 dicembre 2025, è intervenuto da remoto alla cerimonia per la posa della targa commemorativa all’ingresso dell’abitazione bolognese che ospitò Giovanni Spadolini, giovane professore di Storia contemporanea a Firenze, chiamato a dirigere il Carlino dal 1955 al 1968. Aveva 29 anni.
Spadolini fu il direttore che nel 1964 assunse Claudio al Carlino, che già collaborava con la redazione di Ravenna, sua città natale, durante l’università, poi lo volle in Cronaca a Bologna. Il suo esordio nella “giudiziaria” avvenne poco dopo, quando gli fu affidato il processo a Carlo Nigrisoli (1965), un caso che ha fatto epoca. Santini, che ha vissuto gli ultimi 4 anni della direzione Spadolini, l’anno scorso ha dedicato al suo primo direttore un pamphlet, scaricabile liberamente dal sito dell’Ordine emiliano-romagnolo, che vi invito caldamente a leggere. C’è tutto Claudio, il suo rigore, la leggerezza, la chiarezza espositiva e un’ombra di ironia nel racconto di un fuoriclasse che, cito l’autore, “ha trasformato un foglio in un giornale”.
Sempre dall’ospedale, il 16 febbraio 2026, ha dedicato al magazine dell’Ordine regionale il suo ultimo contributo: una riflessione sugli “effetti della gogna mediatica e i riferimenti al Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti“, prendendo spunto dal caso di Anguillara dello scorso 9 gennaio.
Nel testo ricorda innanzitutto che la gogna nacque nel Medioevo come strumento punitivo di esposizione al pubblico ludibrio di coloro che si erano macchiati dei reati più gravi, tra i quali sicuramente il mancato pagamento delle tasse.
Da allora ad oggi, ha sottolineato, la gogna è diventata “mediatica” e si è aggiornata con una nuova caratteristica, rispetto al Medioevo che puniva i colpevoli, perché oggi coinvolge anche gli innocenti e coloro nei confronti dei quali sono solo ipotizzati dei reati, non sanzionati da una sentenza definitiva.
Gli esempi citati sono significativi e devono farci riflettere: dal caso di Gino Girolimoni, in epoca fascista, a quelli che hanno visto coinvolti Enzo Tortora e Pietro Pacciani, che si sono conclusi con l’assoluzione, fino alla “condanna mediatica” di vicende più recenti, relative a monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria; Mattia Missiroli, sindaco di Cervia, indagato per maltrattamenti alla moglie; Alfonso Signorini, accusato di aver preteso favori sessuali in cambio dell’ingresso in una nota trasmissione televisiva. Da ultimo, appunto, il caso di Anguillara, che distrugge la vita ai genitori di un “presunto assassino”.
Su questo fronte, osserva Santini, il Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, entrato in vigore nel 2025, impone particolare rigore soprattutto nel linguaggio, che deve – ad esempio – distinguere l’indagato dall’imputato e dal condannato, il Pubblico Ministero dal Giudice e la condanna non definitiva da quella definitiva, tenendo presente che – come già affermato da illustri giuristi (ad esempio Francesco Carnelutti) – lo stesso processo penale è in sé e per sé una pena.
Cronista di “nera” e giudiziaria, poi “inviato speciale”, Claudio Santini ha seguito le principali vicende giudiziarie, dal già citato delitto Nigrisoli, a piazza Fontana, alle stragi dell’Italicus del 1974, la bomba alla stazione di Bologna, Ustica, gli anni di piombo del terrorismo durante i quali subì reiterate minacce, i delitti del Dams, l’inchiesta Mani Pulite, la scia di sangue della Uno bianca, che in uno degli ultimi assalti ferì anche il figlio Alessandro, impiegato nella filiale della banca presa di mira dai banditi-poliziotti.
Laureato in Storia, appassionato di Archeologia e di musica (suonava il piano e la chitarra) si è distinto per la passione e il rigore con cui ha affrontato anche l’attività sindacale, eletto innumerevoli volte nel Cdr del Carlino, prima di dedicarsi, nella sua seconda vita professionale, alla formazione delle nuove generazioni.
Sotto la sua presidenza dell’Ordine regionale nacque nel 2000 la Scuola di Giornalismo di Bologna, in collaborazione con l’Alma Mater, l’Università più antica del mondo. Dal suo impulso la Scuola divenne in seguito Master, di cui fu docente per la deontologia fino al 2018. A Claudio si deve anche la nascita della Fondazione dell’Ordine dell’Emilia-Romagna per la formazione e dell’Associazione dei parenti delle vittime della Uno bianca.
Tra le sue opere letterarie il saggio dedicato a Ezio Cesarini, fucilato dai fascisti nel poligono di via Agucchi a Bologna nel 1944 e il recente “Una Storia” che ripercorre la tormentata genesi dell’Ordine dei Giornalisti a partire dagli anni Cinquanta fino ai giorni nostri. Fu un fatto di cronaca, che all’epoca ebbe la più ampia risonanza, a dare origine all’Ordine. L’annegamento della giovane Wilma Montesi, rinvenuta sulla spiaggia di Torvaianica nell’aprile 1953, scatenò la stampa in una “caccia al colpevole” che chiamò in causa anche politici, nobili ed ecclesiasti, sullo sfondo di una certa dolce vita romana fatta di festini a base di sesso e cocaina. Una vicenda che ispirò anche il cinema, causò crisi di governo, dimissioni di ministri e che il Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, nelle sue corrispondenze romane per il quotidiano colombiano Espectador, definì “Lo scandalo del secolo”.
Il caso Montesi tenne banco per anni, a più riprese si inabissò e riesplose come un fiume carsico con svolte clamorose, senza mai arrivare ad identificare un colpevole. Un “cold case”, lo definiremmo oggi. Fu allora che il Governo, primo ministro Mario Scelba, minacciò di adottare provvedimenti restrittivi della libertà di stampa in mancanza di un organo di autocontrollo deontologico.
In questo turbolento contesto nacque l’Ordine dei Giornalisti, che prese forma attraverso gli Atti Parlamentari della terza legislatura per iniziativa di Aldo Moro e in particolar modo di Guido Gonnella, giornalista e ministro di Grazia e giustizia del governo Fanfani, che firmò la nostra legge istitutiva nel 1963. Una legge reclamata fin dal 1954 da Leonardo Azzarita che al V congresso FNSI, di cui era Consigliere delegato, sottolineò “l’urgenza di dare un’adeguata legislazione alla stampa, secondo il principio che la libertà deve essere congiunta alla responsabilità”.
Come istituzione siamo nati per garantire e promuovere dignità professionale ad una categoria che stava velocemente cambiando in un clima di totale deregulation, e che dovrebbe farci riflettere anche oggi, ad oltre 60 anni di distanza, perché il quadro che viviamo ai nostri giorni non è particolarmente rassicurante. I confini della deontologia che garantiscono un’informazione libera e responsabile, rispettosa dei diritti e della dignità delle persone, appaiono labili e violati sempre più sistematicamente, con impressionante leggerezza e senso di impunità, sconfinando nel voyerismo morboso e senza scrupoli, attingendo alla fonte dei social, dei siti web che li rilanciano. E che ritroviamo poi nelle ore di maggior ascolto in trasmissioni televisive mainstream, che trasformano la violenza in spettacolo, vale a dire, in mero intrattenimento. Per questo non sono così sicuro che il nemico del giornalismo sia l’intelligenza artificiale. Il nemico ce l’abbiamo in casa. Siamo noi. Sempre noi, oggi come 60 anni fa. L’Ordine ha definito il perimetro della cronaca con le regole deontologiche e sicuramente è tanto. Probabilmente, però, quel tanto non basta. Non lasciamo sfibrare la deontologia, la ragione per la quale siamo nati. Lo dobbiamo a chi ci crede ancora, alla testimonianza di figure come Claudio Santini.
Lorenzo Sani
Consigliere nazionale Ordine dei Giornalisti
ph Adriana Tuzzo
(1 aprile 2026)