Intervento di Alberto Capolungo all’Assemblea dell’OdG E-R 2026
Intenso, amaro, sagace il contributo del professor Alberto Capolungo, presidente dell’Associazione Vittime della Uno Bianca, invitato a parlare all’Assemblea annuale 2026 dell’Ordine dei Giornalisti regionale. Testimone diretto della lunga e tragica vicenda della cosiddetta Banda della Uno Bianca, in quanto figlio del carabiniere ucciso il 2 maggio 1991 mentre prestava servizio in un’armeria di via Volturno a Bologna, teatro di una delle azioni più violente dell’organizzazione criminale che per 7 anni e mezzo ha agito tra l’Emilia-Romagna e le Marche.
“Stiamo parlando di una strage diluita nel tempo”, ha detto Capolungo. Un massacro che conta “23 morti, oltre 100 feriti, più di cento eventi criminosi accertati, compiuti tra il 1987 e il 1994 dalla banda dei fratelli Savi e dai loro tre complici”. Ma nessuno chiama così la banda: “la sua denominazione ufficiale e quella che le diedero proprio i giornali e che dunque dalla cronaca è passata alla storia. Il nome dell’auto più diffusa a quei tempi i media l’hanno fatto diventare il logo di una vicenda criminale per fortuna unica nella storia italiana”.
Giornalisti e organi di informazione sono stati nodali. Ha precisato il professore: “Il ruolo del giornalismo in tutti quegli anni e poi negli anni dei processi è stato notevolissimo, non solo nel documentare i singoli avvenimenti, ma anche nel cercare le spiegazioni. I migliori cronisti cercarono testimoni, addirittura rivolgendosi a loro fonti nel mondo della malavita, misero in luce il modus operandi ricorrente dei banditi. Oppure rivelarono le debolezze delle indagini”. Inevitabilmente, qualcuno è stato “anche cassa di risonanza per le polemiche del tempo” e non è mancato “il giornalismo inutile se non dannoso”.
Lo stesso Capolungo – estimatore della carta stampata e dell’informazione – ha subito qualche contraccolpo dopo l’uccisione del padre. “Sentivo che non riuscivo ad accontentare le attese di chi mi intervistava, perché ero e sono poco incline a manifestare sentimenti di rabbia, vendetta o strazio interiore e perché tendevo sempre a mettere in rilievo la complessità degli argomenti (riguardanti le indagini, i processi, le pene, tutta la vicenda) e invece gli interlocutori preferivano messaggi netti e semplificati. Di qui anche accese discussioni con operatori di stampa e tv”.
Incidenti di percorso che non hanno compromesso il valore della stampa in questa vicenda. “Il giornalismo ha avuto un ruolo enorme nella storia della Uno Bianca. Se ne sono occupate le migliori firme della televisione e della carta stampata: da Minoli alla Gabanelli, da Lucarelli alla Leosini a Sottile; Tura, Canditi, Marcucci, Spezia, Cascella, Moscato, Di Feo, Soglia, Iovane. Mi fermo chiedendo scusa a chi non riesco a ricordare, perché l’elenco sarebbe lunghissimo”. Certo, nel corso degli anni “sono cambiati i modi di trasmettere le informazioni e anche il giornalismo d’inchiesta: se un tempo leggevo prevalentemente sulla carta stampata, oggi devo seguire i siti internet, partecipare a call e, non più tardi di lunedì scorso, seguire l’ultimo podcast uscito sul caso che maggiormente mi riguarda”.
“Senza questo rapporto così stretto e duraturo tra i media e questa storia e dunque con la nostra Associazione è evidente che io non sarei qui”, all’incontro annuale dei giornalisti, ha sottolineato il professore. E in tema di “pluralità dell’informazione” ha detto: “La storia della Uno Bianca sembra fatta apposta per esaltare questa caratteristica, proprio per la sua anomalia, complessità e per certi aspetti ancor oggi incomprensibilità. Alla fine di tre processi e altrettanti gradi di giudizio, tutti i colpevoli stanno pagando? Sappiamo tutta la verità?”. Quesiti fondamentali che sollecitano letture diverse da parte dei giornalisti, ma “questa pluralità di visioni è una buona cosa. Mi conferma che, se ci sono dubbi, bisogna sforzarsi di andare più a fondo”.
A tal proposito, Alberto Capolungo ha ricordato l’incontro con giornalisti – sei fra i tanti che negli ultimi decenni si sono occupati della vicenda – organizzato lo scorso novembre nell’ambito del progetto “Uno Bianca per chi non l’ha vista, una storia per chi non c’era”. Un’iniziativa ricca di eventi – che si è svolta a Bologna da novembre 2025 a gennaio 2026 – promossa insieme all’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, con supporto e patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti E-R e numerose collaborazioni. Ha inoltre citato due mostre di rilievo: un allestimento a Palazzo d’Accursio “sull’impatto della Uno Bianca nell’area metropolitana bolognese” e una “mostra monografica degli scatti del fotoreporter Nadalini” al MAMbo. Entrambe “erano costruite prevalentemente sugli articoli di giornale dell’epoca o almeno ne accompagnavano le immagini”. E ha concluso: “Fare memoria e fare buona informazione si può e si deve”.
Franca Silvestri
ph Adriana Tuzzo
(22 marzo 2026)