Una riflessione su deontologia e “gogna” a partire dal caso Anguillara. Claudio Santini ripercorre diversi “processi mediatici”: da Girolimoni a Tortora al Mostro di Firenze
Effetti della comunicazione mediatica, “gogna”, riferimenti al Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti
Anguillara: 19.000 abitanti circa, la Chiesa parrocchiale, la Farmacia, la Stazione dei Carabinieri.
È qui che nella prima mattina del 9 gennaio 2026 arriva una telefonata di allerta per un omicidio in una villetta non lontana dal lago di Bracciano.
I Carabinieri cominciano le indagini e accertano che alle 4 di mattina Claudio Carlomagno ha ucciso a coltellate la moglie Federica Torzullo.
I due, che hanno un figlio di 10 anni, vivono da qualche tempo separati in casa e spesso litigano anche nella prospettiva dell’affidamento del bambino.
Dopo il delitto il marito cerca di sbarazzarsi del corpo, operazione che gli è facilitata dall’essere titolare di un’azienda di movimento terra. Così carica il corpo su un furgone e lo porta nell’azienda, dove lo seppellisce in una buca profonda due metri.
Fine della vicenda?
No, inizio.
Infatti, pochi giorni dopo i genitori dell’assassino, Pasquale e Maria Messenio, vengono trovati impiccati nella loro casa.
Non hanno resistito – si dice – alla vergogna, ma indubbiamente sono stati spinti all’estremo gesto da quella che oggi si chiama gogna mediatica, scatenatasi anche sui social.
La “gogna” come tale nasce nel Medioevo come strumento punitivo di esposizione al pubblico ludibrio di coloro che si sono macchiati di alcuni reati, come il mancato pagamento delle tasse: una forma di pena giudicata addirittura peggio della morte.
Da allora ad oggi la gogna è diventata “mediatica”, così assumendo una caratteristica anche nuova, perché allora (Medioevo) puniva i colpevoli, mentre oggi coinvolge anche gli innocenti e coloro nei cui confronti sono solo ipotizzati dei reati, non sanzionati da una sentenza.
Il fatto di Anguillara è diventato anche un fitto mistero in quanto non è mai stato trovato il coltello usato per l’assassinio.
L’autopsia, inoltre, ha accertato che forse il femminicidio è avvenuto prima di quanto dichiarato da Carlomagno nella sua confessione: un mistero, dunque, ancora aperto e passibile di ogni sviluppo.
Al di là dell’inchiesta giudiziaria di cui si vedrà l’esito, in questa sede siamo particolarmente interessati agli effetti della comunicazione mediatica ed ai riflessi che ha nel codice deontologico dei giornalisti.
La prima vicenda di gogna mediatica è rappresentata, in realtà, dalla storia narrata nelle Sacre Scritture riguardo al processo e alla condanna a morte di Gesù Cristo: conseguenza delle falsità dei concittadini, suggestionati dai sommi sacerdoti, che addirittura gli preferirono la liberazione di Barabba, conclamato criminale.
Giungendo all’epoca nostra, il primo caso di questo genere coinvolge Gino Girolimoni, “il mostro di Roma”, accusato falsamente di essere autore dello stupro di sette bambine e dell’assassinio di cinque di esse.
La vicenda divenne clamorosa per effetto della sollecitazione del governo fascista, che voleva dimostrare la propria capacità di mantenere l’ordine pubblico. Ma Girolimoni fu poi assolto, senza che la stampa ne desse notizia con altrettanto risalto.
Altra vicenda emblematica è quella di Enzo Tortora, giornalista e conduttore televisivo, accusato dalla Procura della Repubblica di Napoli, sulla base di una “soffiata” di due pentiti, che lo indicavano come spacciatore di droga affiliato alla Nuova Camorra Organizzata.
Fu arrestato la notte del 17 giugno 1983 nell’Hotel Plaza di Roma, dove alloggiava e questo momento fu immortalato dai fotografi e dai giornalisti appositamente convocati.
Quello che accadde in questa circostanza costituisce oggi un illecito, vietato dall’art. 114 comma 6 bis del Codice di procedura penale, che libera i giornalisti ed i fotografi solo per il caso di consenso dall’arrestato.
In seguito, Tortora venne assolto dalla Corte d’Appello di Napoli il 15/9/1986, con sentenza confermata dalla Cassazione nel maggio 1987. Ma la piena assoluzione non gli ha salvaguardato la salute, frattanto compromessa tanto che il 18/5/1988 a soli 60 anni morì. Le sue condizioni di salute erano peggiorate fino all’estremo durante la carcerazione e gli arresti domiciliari, con un’opinione pubblica prevalentemente colpevolista, fatta eccezione per il Resto del Carlino, che l’aveva tra i suoi collaboratori, l’avvocato Raffaele Della Valle e l’intero Partito Radicale, che lo portò prima alla Presidenza del gruppo e poi al Parlamento Europeo.
La dirittura morale di Tortora è testimoniata dalla circostanza che in questo caso non si avvalse nemmeno della facoltà garantitagli dalla legge di essere rimesso in libertà a seguito dell’incarico istituzionale.
Emblematico anche il caso del “mostro di Firenze”, per anni indicato in Pietro Pacciani, presunto autore di otto omicidi, avvenuti sulle colline di Firenze tra il 1968 ed il 1985: caso concluso con assoluzione in appello nel 1996 e seguito dalla morte dell’accusato nel 1998.
Anche in epoca più vicina a noi sono stati tanti i casi di “condanna mediatica” ancora in assenza di processo (Monsignor Guido Gallese, Vescovo di Alessandria; Mattia Missiroli, Sindaco di Cervia, indagato per maltrattamenti alla moglie; Alfonso Signorini, accusato di aver preteso favori sessuali in cambio dell’ingresso in una nota trasmissione televisiva).
Da ultimo, appunto, il caso di Anguillara, che distrugge la vita ai genitori di un “presunto assassino”.
Su questo fronte il codice deontologico dei giornalisti entrato in vigore nel 2025 impone particolare rigore soprattutto nel linguaggio, che deve – ad esempio – distinguere l’indagato dall’imputato e dal condannato, il Pubblico Ministero dal Giudice e la condanna non definitiva da quella definitiva, tenendo presente che – come già affermato da illustri giuristi (come Francesco Carnelutti) – lo stesso processo penale è in sé e per sé una pena.
Claudio Santini
(16 febbraio 2026)